L’arte del lavoro, quando nobilita e quando svilisce

by Lorenzo Riggio

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L’arte del lavoro, quando nobilita e quando svilisce

  • Joined Mar 2022
  • Published Books 3

Il ruolo del lavoro:

Nella piramide di Maslow il lavoro, dopo la realizzazione dei bisogni fisiologici e di salvezza, sicurezza e protezione, permette di soddisfare i bisogni di stima, prestigio e successo e la realizzazione di sé.

Solo se saranno appagati i nostri bisogni primari e secondari saremo davvero felici, cosa che sottolinea l’importanza della soddisfazione lavorativa nel raggiungimento di una condizione di felicità.

La remunerazione economica è in quest’ottica un elemento molto importante. Il contributo economico che il lavoro presuppone infatti si configura come un rinforzo positivo, il “premio” per quanto fatto e lo stimolo a fare sempre meglio. Nel momento in cui la retribuzione non è congrua non ci sentiamo premiati né, tanto meno, incentivati a fare meglio, cosa che impatta sulla nostra autostima, demolendola, e genera un’insoddisfazione che nel lungo periodo può anche trascendere in burn out.

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In una simile situazione di stress motivazione e voglia di fare vengono meno e il malessere che ne consegue, e di cui risentono sia la nostra mente sia il nostro corpo, va a ripercuotersi anche sulla nostra vita relazionale.

Anche laddove non ci sia corrispondenza tra studi svolti, aspettative ed attività lavorativa può insorgere una condizione di insoddisfazione. Impegnarsi in un lavoro non in linea con i nostri studi può indurci infatti a sminuirlo, a non impegnarci come dovremmo o ancora a vivere la quotidianità della nostra funzione nella costante, e talvolta frustrante, attesa di un cambiamento.

Il ruolo che il lavoro riveste nel raggiungimento della felicità è testimoniato anche dagli effetti psicologici della disoccupazione. Questa condizione concorre alla perdita dell’autostima e della motivazione, induce senso di colpa e passività, esclusione sociale, riduzione dei rapporti interpersonali, perdita di ruolo sociale e senso identitario.

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Il lavoro nobilità l’uomo?

L’Uomo ha bisogno di lavorare, deve sentirsi utile ed apprezzato, deve gratificarsi col proprio operato e giustificare così il compenso che ne deriva e che gli permette di svolgere un certo tenore di vita.

E’ il patto sociale dell’equilibrio tra Diritti e Doveri. Solo con questo possiamo sentirci a posto con la nostra coscienza e goderci i frutti del nostro operato.

Il lavoro nobilita l’uomo
Con questo celebre detto, si vuole indicare il fatto che attraverso il lavoro l’uomo si nobilita, ovvero diventa migliore, eleva la sua dignità. Come si legge all’interno del dizionario Treccani, infatti, la parola “nobilitare” (dal lat. nobilitare, der. di nobĭlis “nobile”), oltre a significare letteralmente “elevare al rango di nobile, conferendo o trasmettendo un titolo di nobiltà”, in senso figurativo indica “sollevare spiritualmente, conferire dignità morale”.

L’importanza del lavoro è ribadito anche all’interno della Costituzione Italiana, già a partire dall’Art.1 che recita:

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Con il proverbio “Il lavoro nobilita l’uomo”, lo scienziato Charles Darwin voleva far capire l’importanza del lavoro nella società in cui viveva. All’epoca, parliamo del XIX secolo, chi non lavorava era preda dell’ozio e dei vizi, viveva una condizione agiata per cui non necessitava trovarsi un impiego. Oggi, invece, in molti purtroppo non hanno l’opportunità di lavorare, pur avendo tutti i buoni propositi per farlo, o purtroppo sono costretti a lavorare in condizioni lavorative pessime per cui si sentono sfruttati e trattati senza la dovuta tutela. Ecco perché oggi a volte avere un impiego non sempre è sinonimo di sentirsi umanamente apprezzati e rispettati, oppure non averlo non corrisponde in assoluto ad una mancanza di “nobiltà”.

 

 

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La festa dei lavoratori:

 La storia del Primo Maggio e l’origine della festa dei lavoratori
Il Primo Maggio 1886 cadeva di sabato, allora giornata lavorativa, ma in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti 400 mila lavoratori incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo in 80 mila. Tutto si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione si fece sempre più acuta. Il lunedì la polizia fece fuoco contro i dimostranti radunati davanti ad una fabbrica per protestare contro i licenziamenti, provocando quattro morti. Per protesta fu indetta una manifestazione per il giorno dopo, durante la quale, mentre la polizia si avvicinava al palco degli oratori per interrompere il comizio, esplose una bomba. I poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono otto morti e numerosi feriti.

 

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Il lunedì la polizia fece fuoco contro i dimostranti radunati davanti ad una fabbrica per protestare contro i licenziamenti, provocando quattro morti. Per protesta fu indetta una manifestazione per il giorno dopo, durante la quale, mentre la polizia si avvicinava al palco degli oratori per interrompere il comizio, esplose una bomba. I poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono otto morti e numerosi feriti.

Il giorno dopo a Milwaukee la polizia sparò contro i manifestanti (operai polacchi) provocando nove vittime. Una feroce ondata repressiva si abbatté contro le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori, le cui sedi furono devastate e chiuse e i cui dirigenti andarono in prigione. Per i fatti di Chicago ebbero la pena di morte otto noti esponenti anarchici. Ciò malgrado non ci fossero prove della loro partecipazione all’attentato.

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I martiri di Chicago
Due di loro ebbero la pena commutata in ergastolo, uno si suicidò in cella, gli altri quattro furono impiccati in carcere l’11 novembre 1887. Il ricordo dei “martiri di Chicago” era diventato simbolo di lotta per le otto ore e riviveva nella giornata ad essa dedicata: il 1 Maggio. Da questo momento in poi, in tutto il mondo, la festa dei lavoratori divenne fondamentale per la crescita culturale e delle coscienze, per essere sempre controllori dei diritti e dei doveri del cittadino operante in ogni settore.

Dalla storia all’attualità
La storia del Primo Maggio deve stimolare la crescita culturale di questo Paese. Una motivazione per ritrovare la forza di ripartire proprio dal passato e dalla ceneri di un’economia che, in questo momento, versa in palese difficoltà. In occasione del Primo Maggio, occorre riflettere per invertire la rotta e ridare al nostro Paese quella voglia di ripartire e rilanciarsi che sembra smarrita. Emblematiche le parole dello storico, docente e politico italiano Ettore Ciccotti. Egli così descrisse lo spirito del Primo Maggio del lontano 1903:

“Un giorno di riposo diventa naturalmente un giorno di festa, l’interruzione volontaria del lavoro cerca la sua corrispondenza in una festa de’sensi; e un’accolta di gente, chiamata ad acquistare la coscienza delle proprie forze, a gioire delle prospettive dell’avvenire, naturalmente è portata a quell’esuberanza di sentimento e a quel bisogno di gioire, che è causa ed effetto al tempo stesso di una festa”.

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Quando il lavoro è svilente:

Da 20 a 45 milioni di persone sono gli schiavi moderni, nel mondo. In catene bambini, donne, migranti, in tutti i continenti. Pare che il giro d’affari della schiavitù globale sia ancora miliardario, anche se le stime sono offuscate dall’omertà, dall’ignoranza, dalla povertà, dall’arretratezza dei sistemi giuridici, dalla pochezza dei mezzi di tracciabilità.

La schiavitù moderna, la schiavitù oggi

Al mondo, su mille persone, tre sono schiave. Dai 20 ai 45 milioni di persone a seconda delle (tristi) stime. I tre quinti di sesso femminile, i due quinti maschi. Oltre un quarto sono minori: in tutto il mondo da 6 a 10 milioni di bambine e bambini sono costretti ai lavori forzati, vittime dei traffici sessuali o segregati come sguatteri. L’International Labour Organization stima che i lavori forzati generino proventi illeciti per 150 miliardi di dollari l’anno: è la seconda fonte di profitto della criminalità organizzata, dopo le droghe. Esistono lavori forzati, tratta di minori e di donne, schiavitù domestica, prostituzione forzata, schiavitù sessuale, matrimoni forzati, vendita delle mogli, reclutamento di bambini in guerra. È passato un secolo e mezzo da quando Abraham Lincoln ha abolito la schiavitù, ufficialmente. Quasi settant’anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che la vieta. Ma ancora oggi sono tantissimi i lavoratori sfruttati sull’orlo della schiavitù e il confine tra questa e i lavori più infami e degradanti è labile, a seconda delle coordinate geografiche e culturali.

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Si possono far rientrare nella definizione di schiavitù oggi i lavori forzati, le prestazioni professionali svolte non volontariamente o dietro compenso bensì sotto minacce o costrizioni fisiche. Rientrano in questo nero novero anche la prostituzione, la tratta di umani, lo schiavismo sessuale.

Non si considerano – secondo l’Ilo – forme di schiavitù, invece, i lavori sottopagati o svolti in condizioni ambientali inadeguate, e non si include nel conteggio qualsiasi fenomeno di costrizione, come l’adozione o il matrimonio forzati o il traffico di organi.

Secondo il calcolo più onnicomprensivo, gli schiavi nel mondo oggi sono 45,8 milioni.

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La schiavitù moderna in agricoltura:

Solo dalla schiavitù in agricoltura, secondo le stime Ilo, si generano 9 miliardi di dollari di proventi annui per gli sfruttatori.

Il settore agricolo, forestale e della pesca impiega globalmente circa 1,3 miliardi di lavoratori, ovvero la metà della forza lavoro del mondo. In questo numero, è stimabile che 3,5 milioni di persone lavorino in condizioni di schiavitù: in molti Paesi infatti il lavoro agricolo è poco regolato e la protezione legale dei lavoratori è molto debole o del tutto assente.

Lavoratori dei campi agricoli in Italia nel 2009

Quindi, dietro al cibo che ci arriva in tavola possono esserci le mani fiaccate di lavoratori stagionali che operano in condizioni fuori da ogni regola, da ogni dignità umana. Amnesty International ha appena diramato un rapporto secondo cui dietro le mega produzioni di olio di palma c’è lavoro minorile, perfino se etichettato come “sostenibile”.

Questo fenomeno non riguarda solo aree disagiate e Paesi poveri. Ciò che accade nello stato del Michigan, il più grande produttore di mirtilli degli Stati Uniti, è che bambini perlopiù immigrati dal Messico vengono sfruttati nei campi per raccogliere i frutti perché hanno mani piccole, più adatte a raccogliere le piccole bacche. Sempre in Usa ha fatto scalpore il documentario Food Chains, diretto da Sanjay Rawal e con la voce narrante di Forest Whitaker, che illustra la situazione dei braccianti agricoli in Florida. I raccoglitori di pomodori vivono una condizione di moderna schiavitù: devono lavorare su turni di dieci ore per una paga che si aggira intorno ai 40 dollari alla settimana. I ritmi veloci dei movimenti del film non sono un effetto speciale, bensì il vero modo di lavorare di queste persone che raccolgono 480 chili di pomodori al giorno e vivono “come animali in baracche anguste”, come dice uno dei lavoratori nel film.

In Italia è scoppiato nel 2010 il caso di Rosarno, in Calabria: migranti impiegati nella raccolta degli agrumi vivevano in acre condizioni di sfruttamento, costretti ad abitare in contesti degradanti, senza alcuna tutele igienica. Amnesty International Italia ha stilato una ricerca, “Lavoro sfruttato due anni dopo”, facendo il punto sulla situazione dei lavoratori migranti impiegati come braccianti e rivelando paghe al di sotto del salario minimo contrattato fra imprese e sindacati, pagamenti ritardati o mancati pagamenti e lunghi orari di lavoro. Andrea Segre ha appena presentato il film-documentario “Il Sangue Verde”: sette voci, sette storie raccontate dai braccianti africani che hanno vissuto gli scontri di Rosarno del 2010, contro lo sfruttamento e la discriminazione.

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Lavoratori dei campi agricoli in Italia nel 2009

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Lavoro realizzato da:

-Lorenzo Riggio

-Dario di Giovanni

classe 5 A

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