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Il mistero della Madonna dei mostri

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Artwork: Claudia Cravero

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Aug 2020
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Il mistero torna alla ribalta

In questi ultimi mesi è tornata a far parlare di sé una delle opere più enigmatiche e controverse della nostra arte italiana, un ritrovamento ammantato di mistero che, alla sua prima comparsa già aveva tenuto con il fiato sospeso il mondo dell’arte.

L’opera detta “Madonna dei mostri” fu ritrovata nel 1992 tra le carte di un architetto francese, già esperto d’arte e piuttosto noto nell’ambiente dei collezionisti di opere del Rinascimento italiano. Si trattava di un disegno su carta che l’uomo aveva tenuto nascosto tra i documenti più antichi della sua collezione privata, senza farne mai parola con nessuno, neppure con la moglie ei figli, che alla sua morte si ritrovarono a dover gestire un vero mistero . La casa d’arte Tajan, a cui si rivolse la famiglia, cogliendo le evidenti somiglianze con ben note opere leonardesche, sottopose l’opera alla valutazione di Alonza C. Babbach del Metropolitan Museum of Art, esperta di tutta l’opera leonardiana, la quale, sulla base di una prima attenta analisi delle tecniche pittoriche,giunse a dire con notevole certezza che non si trattava della mano del Da Vinci ma che con buona probabilità l’autore proveniva dalla sua bottega. Era necessario analizzare il testo che accompagnava il disegno.

Venne così messo insieme un piccolo drappello di esperti capeggiato dalla stessa Babbach e da Dominique de Basser, altro noto critico d’arte: quel che emerse dopo tre mesi di analisi fu sconcertante. Ma partiamo dall’inizio.

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Descrizione della pagina

Il disegno, ribattezzato “Madonna dei mostri” proprio da Basser, è stato eseguito a punta di piombo, pennello e inchiostro diluito, con lumeggiature a carbonato di piombo, su un foglio dipinto in marrone di 28 X 20 cm. La carta è del tipo vergata di Colle val d’Elsa con filigrana in croce trilobata, diffusa tra il XV e il XVI secolo in Toscana, specie su territorio fiorentino.

Il foglio, molto danneggiato da umidità e deterioramento sui quattro bordi, è macchiato in più punti. I margini presentano le tipiche sbrindellature annerite provocate dal fuoco. La pagina è priva di legatura e risulta vergata su entrambi i lati.

Sul recto si ammira la riproduzione di una donna seduta recante sul braccio sinistro una creatura mostruosa simile ad un drago di dimensioni ridotte o ancora giovane, con ali minute, artigli robusti e lunga coda che si avvinghia intorno al braccio della donna per terminare in un piccolo volto. Il volto è di uomo anziano ed è circondato da una corolla di propaggini che richiamano alla mente le antere ei filamenti tipici degli stami floreali; esso è delicatamente trattenuto dalla donna nel palmo della mano sinistra alzata e parallela al busto. La donna tiene il capo girato verso sinistra e osserva con volto sereno il piccolo drago. Con la mano destra accarezza un’altra creatura che le sta in grembo, anch’essa munita di artigli e rivolta a sinistra:

La donna siede su un seggio non definito, coperto da un tessuto che parrebbe essere lo stesso della lunga e ampia veste. Appoggiato sul capo reca un leggerissimo velo sotto il quale si intravede un’acconciatura elaborata che termina sul davanti in numerose ciocche che ricadono libere sul viso.

Le maggiori rifiniture si addensano sul volto e sulle mani della donna; leggermente più grossolane sono invece le linee con cui sono realizzati i mostri e il panneggio, per il quale sono abbastanza definiti i chiaro scuri, mentre il tronco e le braccia femminili risultano solo abbozzati.

Un testo piuttosto fitto è vergato con inchiostro sbiadito in più punti su tre lati del recto: in alto, in basso e sulla parte sinistra, seguendo sul lato la sagoma della figura femminile disegnata la quale non occupa perfettamente il centro della pagina ma è leggermente spostata verso destra.

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Il verso del foglio presenta lo stesso livello di deterioramento con macchie, sfilacciature e pieghe speculari al recto . I due terzi superiori sono vuoti tranne che per una firma apposta in alto a destra leggermente al di sotto del margine superiore e scritto con un pennello diverso da quello utilizzato per il testo, molto più fine; in basso prosegue il testo dal recto , anch’esso vergato con un certo ordine e leggibile nonostante lo stato non eccellente dell’inchiostro, sbiadito in più punti. Alcune parole si sono perse in corrispondenza delle lacerazioni della carta, su entrambi i lati del foglio.

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Le prime deduzioni

Gli esperti avevano quindi a disposizione alcuni indizi: un foglio rovinato, un disegno, un testo e una firma. L’analisi degli indizi materiali portò a concludere che il foglio fosse originale, che risalisse al XVI secolo (si vedrà più avanti che la data si potrebbe aggirare con più esattezza intorno al 1521) e che fosse di provenienza toscana. Molto più interessante risultò però l’indagine sulle fonti scritte e iconografiche.

La firma era inequivocabile: “Vannucio di Maso”. Restava da stabilire di chi si trattasse partendo dal poco che si poteva dedurre di lui, e cioè che doveva aver vissuto nel territorio fiorentino e che doveva aver avuto un qualche legame con il Da Vinci. Per fortuna giunse a svelare in parte l’identità dell’uomo un altro scritto che lo poneva nell’entourage del ben più noto Giacomo Caprotti.

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Chi era Giacomo Caprotti?

In effetti la domanda non è scontata come potrebbe sembrare, dal momento che, fatta eccezione per alcuni artisti, critici, insegnanti e appassionati d’arte, credo siano in pochi a sapere che Gian Giacomo Caprotti (1480-1524) fu l’allievo prediletto di Leonardo da Vinci. Le malelingue si dicono addirittura certe che fosse qualcosa di più e che talora visitasse la camera da letto del maestro. Sta di fatto che tra i due il rapporto fu alquanto controverso e burrascoso tanto che Leonardo lo ribattezzò “Salaì”, vale a dire “diavolo”.

Il Caprotti aveva solo 10 anni quando entrò a lavorare nella bottega milanese di Da Vinci e, stando alle annotazioni del maestro, si rivelò subito un gran birbante, ladro e mangione. Se fanno testo le circostanze della sua morte che lo videro passare a un miglior vita per colpa di una fucilata, possiamo farci un quadro chiaro e pittoresco dell’indole affannata di questo giovanotto. Eppure, nonostante l’ardimentosa inclinazione alle malefatte, entrò nelle grazie del maestro e ne divenne per molto tempo il preferito, tanto da seguirlo in quasi tutti i suoi viaggi posando per lui in numerosi ritratti (secondo alcuni sarebbe stato lui a prestare il volto alla Gioconda).Divenne lui stesso pittore e realizzò diverse opere, molto contestate dagli esperti, nelle quali alcuni ravvisano la mano dello stesso Da Vinci.

Sappiamo che, dopo la morte di Leonardo, a 44 anni, si sposò con una certa Bianca Caldiroli di Annono, divenne ricco grazie alla cospicua dote della moglie e dopo soli sette mesi dalle nozze morì. Il “diavolo” Caprotti, nonostante avesse reso l’anima al cielo, continuò anche da morto a combinare guai: infatti la sua eredità fu contesa tanto che per quietare gli animi fu steso un inventario dei suoi beni terreni che, dal lontano 1525 quando cominciarono i tira e molla fra gli eredi, è stato rinvenuto solo di recente.

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Probabile ritratto del Salaì

Ed è proprio grazie a questa lista che venne a galla anche il nome di un certo Vannuccio di Maso di Monte Ajone a cui “in gratia della sua amabile disposizione e devozione al suo maestro, si è utilizzato l’usufrutto fino a sopragiunta morte della magione Alcina a Firenze ”. “Vannucio” o “Vannuccio” che sia, sembrerebbe trattarsi della stessa persona, vale a dire di un apprendista del Caprotti, che, in quanto prediletto di Leonardo e artista a sua volta, dopo la morte del Da Vinci, quando mise le mani sulla dote della moglie, acquistò suddetta casa che ribattezzò “Alcina”, forse dal nome della figliola morta. In essa il Vannucio si sarà prodigato nel preparare tele e fogli e colori e forse proprio in quella casetta disegnò la “Madonna dei mostri”.E doveva aver compiaciuto molto il suo maestro per essere menzionato nella di lui eredità, ma è incontestabile anche un altro fatto: Vannucio aveva avuto modo di studiare da vicino l’opera di Leonardo. Se dal vivo o solo attraverso le sue opere non era facile stabilirlo. Il mistero si infittiva.

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Mostri da bestiario medievale

Ancora nel Rinascimento le carte geografiche proponevano mostri marini alquanto improbabili, travisamento esotico di squali, balene o calamari giganti sui quali la fantasia del cartografo si liberava, considerando che di testimonianze oggettive e attendibili di marinai che avessero effettivamente visto questi animali e ne avessero prodotto una descrizione attendibile quasi non ne esistevano, e se esistevano erano ormai considerate improbabili, visto che l’altra versione era invece la preferita.

Il mostro che la donna tiene in grembo ricorda in effetti le antiche rappresentazioni della balena, che affondano le loro radici raffigurative ed allegoriche nei più antichi bestiari medievali. E proprio come uscito da un bestiario è il piccolo mostro appollaiato sul braccio sinistro della donna. Il lato sinistro probabilmente non è un caso: come apprendiamo da tante discutibili fonti antiche, prima fra tutte quella biblica di Matteo 25, 31- 34, “quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.” In altre parole, il lato sinistro è quello del diavolo, quindi il nostro mostro potrebbe avere una duplice connotazione negativa: quella del suo aspetto demoniaco e quello della sua posizione rispetto alla donna. Ma proprio di diavoli si trattava? Gli esperti non ne erano così sicuri.

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Il pezzo forte arriva adesso

Il piccolo drago alato, come si è detto, mostra una coda serpentina che si attorciglia intorno al braccio della donna per terminare con uno strano fiore grottesco che la signora tiene graziosamente in mano. L’elemento più imprevedibile è proprio il piccolo viso dipinto al posto degli stami: esso è l’esatta copia dell’autoritratto di Leonardo da Vinci, datato all’incirca al 1515. La donna, che tiene il capo leggermente reclinato verso sinistra, ha invece il volto della “Scapigliata” del Da Vinci, risalente al 1508. In quella data il maestro aveva 56 anni ed era ormai un pittore al massimo della sua pienezza artistica. Più ancora nel 1515, quando di anni ne aveva 63. Il disegno deve essere quindi stato realizzato da Vannucio dopo il 1515. Qualche esperto ipotizzò che la mano che realizzò la “Madonna dei mostri” potesse essere dello stesso Leonardo, dal momento che non era inusuale che nelle botteghe il maestro intervenisse di sua mano sugli esercizi degli allievi. Tuttavia qui si sarebbe trattato dell’aiutante di un allievo e soprattutto il tratto e l’uso dei materiali fecero ben presto scartare l’ipotesi che si trattasse del geniale tocco del Da Vinci. E riportarono ancora a Vannucio.

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Il racconto di Vannucio di Maso

Agli esperti non restava che analizzare l’ultima fonte a loro disposizione, vale a dire il testo scritto sul foglio, e porre così al suo posto il tassello mancante per svelare il mistero: chi fosse la donna del ritratto. Una donna che aveva un nome preciso, come ci racconta l’autore nel suo straordinario racconto…

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“…per la quale ragione farò lo mio racconto.

Da che lo Nostro Signore aveva presa intenzione di incarnarsi nel Suo Figlio dilettissimo si era nell’anno millecinquecentoventidue, quando nel borgo di Monte Allone  pervenne il flagello della tosse mortifera. Quella, se io ben iudico, pervenuta era seco portata da certi mercatanti, i quali, per loro ragione di efferato e volgare guadagno o per ben più spaventevole mancanza di senno, di passaggio giungendo senza ristare d’un luogo ma subito, prosperati che furono nelle loro mercanzie, in un altro continuandosi, miserabilmente la portarono magiormente ampliata. Il flagello da subito orribilmente cominciò a sé rivelare con più forza che potevasi nella mente imaginare.

Adunque la malattia non pigliava variazione per mutazione del luogo ma era sempre nello stesso modo mortifera e a uomini e a donne, in ispecie quelli che già eran vecchi o che avevano disordinatamente vivuto, secondo che i medici dicevano, o che già erano colpiti da altri malanni o sciagure di corpo e di spirito, prese la febbre prima lieve con la fedele compagnia de’ dolori di tra le dita e ai polsi e alle caviglie. E poi ciascun la venuta riconosceva del mal di capo e di gola e taluni in gran misura defecavano e insozzati da lor putridume si fiaccavano per stanchezza e in quello ristavano a giacere.

Su tutte le più gravi manifestazioni erano gli espettorati sanguigni e convulsi i quali mal disponevano i sani a dosso de’ quali il morbo s’avventava non altrimenti che faccia il fuoco a le cose che sono unte.

La pestilenza era di sì gran efficacia nell’appiccarsi a l’uno e all’altro che in poco tempo tutti ne furono insozzati. Terribile cosa è da udire quello che io debbo dire ma dico immantinente che gli uni indeboliti morivano e i guariti gli occhi puntavano con sospetto gli uni sugli altri dacché lo male potevasi tornare.

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Al quinto mese diffusa fu una imaginazione da tutti creduta come vera al modo del sangue de’ santi che s’accalora e denso diviene come manifesto segno di santità; e tale imaginazione impresse fiducia negli animi meschini e smarriti che ciascuno medesimo la salute poteva riacquistare o mantenere intatta.

Eravi in un paese vicino una mala femina avvezza alla professione di dare godimento agli uomini che nel di lei letto s’adunavano; ella era famosa in tutto il territorio di Fiorenza e oltre e presso a lei i mariti spesso alle mogli si facevano infino a mezza notte e talora infino a matutino aspettare tanto era esperta nel lavoro suo. Ebbene, detti uomini presero a notare che detta femina restava non toccata dal morbo e con ella chi con lei avea a giacere e mescere dentro a lei in qualsivoglia orifizio i propri effluvi e liquidi vischiosi. E come le foglie che il vento porta e non le fa ristare ma stanche le fa di tanto viaggiare, la novella si sparse e ciascuno infermo, uomo o donna che si fosse, da tale argomento mosso, non curando d’alcuna morale o buon senno ma solo di sé, lasciò casa e figli e sposa e sposo per recarsi dalla femina e giacere con lei. E ciascuno portava doni secondo il proprio possedimento e immantinente era guarito. Donna Renza, che quello era il nome della mala femina guaritrice, ricca divenne e, toccata come si sentiva dalla mano di Nostro Signore, diede la maggior parte per Dio; e poi, per sostentare la vita sua e per potere aiutare i poveri di Cristo, fece anche picciole mercatantie, e in quelle desiderò di guadagnare, e sempre co’ poveri di Dio quello che guadagnò partì per mezzo, l’una metà convertendo né suoi bisogni, l’altra metà dando loro. E niuno più dovette pagarla per guarire o per restare sano. E tutti presero a dirla santa e per il medicamento de’ suoi liquidi e per la sua bontà.

Ma la bestemmia de lo atto puttanesco mal si confà a una santa, e ora avvenne che gli altissimi dottori e lo altissimo vescovo de la santa diocesi i quali videro che non solamente molti ne guarivano, anzi quasi tutti infra ‘l terzo giorno dalla congiunzione con la femina, chi più tosto e chi meno e i più senza più alcuna febbre o altro accidente guarivano, ben si convinsero che quella non fosse imaginazione ma verità e presero risoluzione che meglio fosse dagli effluvi di tale donna un medicamento ricavare donde evitare che ciascun come a un bordello si recasse per aver conforto e salvazione dal morbo.

Detti liquidi, e nel particolare l’acqua che di primo matino viene fatta, furono adunque tratti fuori da Donna Renza, che ben si sottopose al supplizio pur di giovare alla gente sua inferma. Fecero poi venire, i dottori, piccoli orcioletti che riempiti furono di tali effluvi unitamente ad acqua pura e distillata e a succo di papavero e fatti bere al popolo tutto.

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Bevuto dallo orciolo che ciascun ebbe, si ridestava sano alla maniera di chi da niun malanno fosse mai stato angustiato. E negli anni a venire che il Signore Iddio Grandissimo volle di poi concedere ai suoi figli indegni su questa terra miserabile, altri mortiferi malanni tornarono a ghermire la nostra istupenda terra e sempre la femina santa e guaritrice li venne a fermare riempiendo gli orcioletti. E divenne magnifica la sua fama al pari delle Vergini Marie che si pregano scolpite ne la pietra dentro le basiliche e venerate e gloriate da tutto il popolo di Dio e poco si sarebbe addivenuti al sacro riconoscimento ufficiale se non che al di contro il Pontefice pose un veto a simile infamia che una femina di bordello sedesse ne la candida rosa con i patriarchi e lo suo nome fosse scritto tra le cronache di Santa Madre Chiesa. E allora Donna Renza femina rimase, ma per lo popolo santissima fu se non in morte almeno in vita.

Prima che la morte dipartilla all’età sopragiunta di centododici anni, lo sangue le fu tolto e fu racolto in dieci ampolle e a ragion ogni cittadino vispo di mente domandossi s’ella non fosse trapassata per mancanza di sostentamento del corpo più che per sopragiunta sua ora da Dio stabilita.

Ma il sangue così estorto venne ad essere melmoso e scuro e poi ristette più simile al fango che all’acqua e perse il suo vigore curativo. Le autorità che tutela aveano delle pubbliche leggi della città decisero che natural ragione e provvedimento era almeno il conservare e difendere il corpo di Donna Renza perché non intervenisse il caso che lo si trafugasse per lo scopo di impiegarlo in modi fantastici come medicamento da ogni pestilenza. Quanto più onestamente seppero, i becchini il corpo suo composero e con frettolosi passi per la più nascosta de le porte cittadine lo portarono e di esso più nulla si seppe.

Io feci alquante investigazioni tutte a nulla condotte e anche il ritratto mi venne di pitturare di Donna Renza che io stesso l’ebbi una volta visitata nella sua stanza da letto, e su codesta carta i tratti suoi si possono vedere. Ma, come si fa con il simbolo natural che mai non risponde al vero fisico ma propriamente solo al vero del pensiero morale, in esso scarabocchio io volli rafigurare, come lo Maestro insegna, pure i mali che dentro a la donna combattuti erano e sconfitti, e adunque io…”

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Da una primissima lettura si comprese che la pagina era certamente inserita fra altre due sulle quali il racconto iniziava e terminava. L’autore esordiva infatti ex abrupto con “per la quale ragione”, proseguendo un discorso già avviato, e terminava troncando la frase con “adunque io” chiaro indizio della sua intenzione di proseguire. Ma per dire cosa?

Una delle ipotesi fu che l’artista avesse realizzato un diario o un più modesto resoconto dei fatti riportati, le cui pagine non furono poi rilegate e andarono per la maggior parte perdute.

Per nostra fortuna si è conservato il cuore della vicenda, su cui, forse, Vannucio ricamò altre considerazioni, oggi perdute, per esempio intorno all’identità e agli strani “poteri” della donna descritta, che racchiudeva del resto il vero bandolo della matassa.

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La vera identità di Donna Renza

Tra le carte dell’archivio arcivescovile di Firenze, è conservata una lettera riportante, in data 8 ottobre 1521, la proposta di beatificazione per una Monna Fiorenza Lacignòli di Fucecchio avanzata da un certo don Alfonso Pregozzi, prete nella cittadina medesima, sita nel Valdarno inferiore, a poco meno di trenta chilometri da Montaione (il Monte Allone del racconto, senza dubbio), e anch’essa sul territorio di Firenze. La richiesta riporta firme e crocisegno di almeno quattrocento anime, probabilmente i parrocchiani capofamiglia di don Alfonso che sottoscrissero la richiesta di beatificazione a cui però non fece seguito alcun provvedimento. Fu solo deciso che la cittadinanza avrebbe sborsato 11 soldi ad ognuno dei tre becchini per il loro lavoro “dello seppelimento di Monna Fiorenza in luogo che non si possa trovare, per la sicurezza del suo corpo e della sua virtù”.

Undici soldi nel XVI secolo corrispondevano all’incirca allo stipendio mensile di un manovale, quindi il compito doveva essere stato ritenuto di grande rilevanza, tanto da investirci un ragguardevole gruzzoletto.

Giunti alla conclusione piuttosto ovvia e verosimile dunque che la Donna Renza del manoscritto fosse la stessa Monna Fiorenza del documento, si dedusse con sicurezza che la cittadina che il Vannucio definiva “paese vicino” al suo era dunque proprio Fucecchio. Restava da capire però il contesto.

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I favolosi “poteri” di Donna Renza

Vannucio indica Donna Renza come prostituta famosa sul territorio, la quale probabilmente lavorava in casa propria, accogliendovi clienti da ogni dove. Allo scoppio dell’epidemia, tale “mala femina” si sarebbe rivelata immune sia da tale malanno sia da altri che ne seguirono. Tanto che il suo sangue ed i suoi fluidi, in mancanza di conoscenze atte a sintetizzare un vaccino, furono prelevati da lei e distribuiti al popolo, con esiti sorprendenti di guarigioni immediate e su vasta scala.

Ammettendo pure che il cronista abbia un po’ gonfiato la portata di tali guarigioni e le modalità che portarono ad esse, resta il fatto che la donna pareva in grado di produrre anticorpi per ogni occasione, e di elargirli anche ad altri. A livello scientifico già allora il fatto destò le perplessità delle autorità sanitarie fiorentine che, interessatesi del caso, vergarono in calce ai verbali dell’epidemia una nota ricca di perplessità scrivendo che “è opinione fantastica di qualcheduno, il quale non è riconosciuto uomo di scienza né di medicina, e per questo da non ritenere pregna di verità alcuna, che il morbo sia stato dal territorio annullato per ricorso estremo al sangue di una donna che pare priva del male e capace di sottrarlo a chicchessia”. La donna dovette essersi redenta, o semplicemente seppe sfruttare al meglio la nuova possibilità di guadagno che le veniva offerta e si fece generosa, elargendo denaro ai più poveri ma trattenendosene molto anche nei suoi forzieri personali. Purtuttavia agli occhi della gente sembrò che fosse stata loro mandata direttamente dall’Onnipotente e tutti furono disposti a soprassedere sulla sua professione.

Il Vannucio, come egli stesso dichiara nel suo resoconto, intese dunque ritrarre Donna Renza, delle cui abilità amorose godette egli stesso per sua stessa ammissione, secondo un’interpretazione allegorica che ne riproduceva la santità quasi acquisita e le potenzialità di guaritrice: nel primo caso prese come modello niente meno che il corpo della Vergine dipinta da Leonardo nella sua “Annunciazione”; nel secondo caso ritrasse i mali e le pestilenze e tutte le malattie che la donna sapeva tenere a bada come fossero mostri ammansitisi sotto il suo tocco ed il suo sguardo.

E a questo punto non restava che soffermarsi sull’ultimo più sublime e anche più interessante indizio: la testolina circondata da pistilli che Donna Renza tiene nella mano destra.

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Covid-19 del XVI secolo

Di essa abbiamo già parlato, senza però metterla in relazione con un punto molto interessante del racconto di Vannucio, ed esattamente quello in cui egli parla dei sintomi dell’epidemia: l’autore scrive infatti che essa era “mortifera” per tutti ma in modo particolare per “quelli che già eran vecchi o che avevano disordinatamente vivuto… o che già erano colpiti da altri malanni o sciagure di corpo e di spirito” cioè per gli anziani e gli indeboliti da stenti, eccessi o da altre malattie; spiega poi che il male si manifestava con dolori articolari a cui seguivano dolori al capo e alla gola e anche diarrea. Ma il sintomo peggiore era una tosse forte, definita “sanguigna”, che si esprimeva forse in fiotti di sangue o che era del tutto soffocante. Chi tossiva evidentemente diffondeva il male attraverso le goccioline di saliva ed esso aggrediva chiunque come fa “il foco a le cose che sono unte”.

La sintomatologia si accompagnava sulla pagina di Vannucio alla strana testolina e ai suoi pistilli che, strano ma vero, riproducevano quasi esattamente le glicoproteine che decorano oggi la parte esterna del Coronavirus o Covid-19, le stesse che l’uomo aveva disegnato anche sul capo del pesce mostruoso. Si trattava solo di coincidenze? Forse sì, considerando che il primo microscopio risale al XVII secolo e che solo negli anni ’30 del XX furono scoperti e visti i virus.

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All’epoca il gruppo di esperti, si limitò ad una breve analisi del testo non avendo ancora sperimentato il virus che di questi tempi, nel 2020, flagella il mondo intero. Oggi la “Madonna dei mostri” è tornata alla ribalta e si pone in contrasto con le teorie complottiste che vedrebbero la nascita del Covid-19 in qualche laboratorio cinese o americano, creato per scopi militari ma purtroppo sfuggito di mano anzitempo a chi avrebbe dovuto perfezionarlo e tenerlo ben nascosto al mondo.

Il Covid esisterebbe invece da secoli e, al pari di altre malattie come la peste o il colera, avrebbe fatto la sua comparsa almeno in un altro momento della storia d’Italia, nascosto sotto le sembianze di una influenza più aggressiva del solito. Dato per certo che Vannucio non poteva aver visto il virus né al microscopio né altrove, forse il suo disegno fu solo il frutto della sua immaginazione che interpretava il male come qualcosa di invadente, tentacolare e mortifero, e a cui aveva deciso di dare il volto del grande maestro Leonardo magari per omaggiarne la memoria e la grandezza. Non sarebbe infine da scartare l’ipotesi che il volto sia stata invece opera del Caprotti che ci lavorò di propria mano o che diede il suggerimento al suo discepolo per prendersi una piccola rivincita sul soprannome che il Da Vinci gli aveva appioppato: se “diavolo” doveva essere lo sarebbe stato fino in fondo, a imperitura memoria, ritraendo Leonardo come un pestifero malanno.

Gli studi sul magnifico e misterioso disegno continuano.

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Tutto quanto scritto in questo saggio è puro frutto dell’immaginazione dell’autrice, tranne che per alcuni dettagli della vita del Caprotti e di Leonardo Da Vinci. I nomi di Babbach e Basser richiamano i ben noti esperti Carmen C. Bambach e Patrick de Bayser, che nella realtà non hanno mai trovato e analizzato un disegno detto della “Madonna dei mostri”. Soprattutto perché non esiste.

 

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