La peste in Boccaccio e Manzoni by UDA interdisciplinare - Illustrated by Anna Castorio, Emmanuel Laudando, Raffaella Teti, Rosaria Vassallo - Ourboox.com
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La peste in Boccaccio e Manzoni

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Artwork: Anna Castorio, Emmanuel Laudando, Raffaella Teti, Rosaria Vassallo

  • Joined Apr 2021
  • Published Books 2

INTRODUZIONE

I testi letterari, fin dall’antichità, attraverso i contenuti e le parole che li caratterizzano, hanno rappresentato lo “specchio” della realtà e hanno avuto la funzione di aiutare i lettori a comprendere il presente. La difficile situazione sociale e sanitaria che stiamo vivendo oggi ci riporta a epoche passate che sono state minuziosamente descritte da differenti autori nel corso della storia. Senza andare troppo lontano nel tempo, Giovanni Boccaccio e Alessandro Manzoni rappresentano due esempi molto interessanti di scrittori che hanno utilizzato la narrazione di eventi tragici come la peste per fare da sfondo alle loro opere. Dai loro insegnamenti possiamo trarre nuove consapevolezze e intraprendere un “viaggio” che ci conduce alla riscoperta dei loro “mondi”.

 

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Epidemie e società, da una riflessione di Errico Buonanno - Hi-Storia

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LA PESTE NEL DECAMERON 

L’opera che ha reso celebre Giovanni Boccaccio è il Decameron, una raccolta di cento novelle, raccontate in dieci giornate, precedute da un proemio e da una introduzione, seguite da un epilogo, il tutto inquadrato in una cornice narrativa. Lo scrittore immagina che durante la peste del 1348, dieci giovani, di cui sette ragazze e tre ragazzi, per sfuggire all’epidemia che dilaga nella città di Firenze e sottrarsi all’atmosfera di dolore e di sofferenza, decidono di rifugiarsi in campagna, nella villa di uno di loro. Qui, per trascorrere il tempo, stabiliscono di raccontare a turno delle novelle, ogni giorno -tranne il venerdì e il sabato- una ciascuno. Per l’autore, la peste è il male che mette in discussione legami, gerarchie, priorità, ma soprattutto i propri cari. La descrizione della peste è fatta attraverso la suggestione di immagini visive e attraverso il duro impatto con un’esperienza realmente vissuta; essa dà inizio al libro e fa da sfondo alla vicenda e segue un percorso che da Firenze parte e a Firenze ritorna.
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CURIOSITA’

Il Decameron, secondo alcuni studiosi, può essere considerato una meditazione sulla morte e sulla funzione consolatoria, ma in senso laico, della letteratura.
Boccaccio ebbe la geniale trovata di utilizzare come “cornice” un evento reale e traumatico della storia contemporanea di Firenze, come la peste, la quale diventa sfondo per la narrazione di diversi eventi gioiosi della vita. L’opera, secondo le opinioni di molti studiosi, serve a rappresentare un vasto “affresco” della società del Trecento. Tra le diverse storie raccontate dall’autore, quelle più degne di essere ricordate, anche per affinità con la realtà che stiamo vivendo, sono:
“La peste passava dagli infermi ai sani, come fa il fuoco con le cose secche o unte, che gli sono vicine. Il contagio si diffondeva non solo se si parlava o si stava vicino agli infermi, ma anche se si toccavano i panni o qualsiasi cosa che era stata da loro usata.”
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“Alcuni ritenevano che vivere con moderazione, senza cose superflue, li avrebbe protetti dalla peste e, costituita una brigata, vivevano isolati nelle case in cui non c’era alcun infermo, mangiando cibi delicatissimi, bevendo vini leggeri e profumati, evitando ogni lussuria e non parlando né di morti, né di infermi. Altri, di opinione contraria, preferivano bere molto e godere, mangiare smodatamente, beffandosi di ogni cura e medicina, andando in giro per taverne, facendo solo ciò che arrecasse loro piacere, e, ritenendo di non dover più vivere a lungo, abbandonavano le loro case.”
“I vicini, temendo per sé, gettavano i corpi dei morti o degli infermi nella strada. I vicini, da soli o con l’aiuto di alcuni portatori, tiravano fuori i morti, li ponevano davanti agli usci e facevano venire le bare. Ben presto le bare furono insufficienti. Allora misero molti cadaveri in una sola bara. I preti, nel seppellirli, sotto una sola croce misero sei o otto morti, senza che essi fossero onorati da alcuna lacrima, lume o compagnia.”
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LA PESTE NEI PROMESSI SPOSI

Mentre lavorava alle tragedie, Manzoni capì che aveva bisogno di un’opera per poter gettare lo sguardo su una intera società e per questo si accostò al romanzo storico. Cominciò a lavorare a questo progetto e concluse la prima redazione del romanzo nel 1823, senza titolo, anche se probabilmente quello designato era “Fermo e Lucia”. La nuova edizione apparve nel 1827, rivista quasi esclusivamente dal punto di vista linguistico e con un titolo provvisorio, “Gli sposi promessi”, che subito dopo fu mutato in quello definitivo: “I Promessi Sposi” col sottotitolo “Storia milanese scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni”. Infine l’edizione definitiva apparve tra il 1840 e il 1842 e successivamente nel 1845 e nel 1850. Il romanzo è ambientato nella campagna lombarda tra l’Adda e il lago di Como e a Milano tra il 1628 e il 1630, quando una terribile carestia e una devastante pestilenza sconvolsero l’Italia settentrionale. La struttura narrativa del romanzo si ricollega ad uno scherma romanzesco tradizionale, quello dei due giovani innamorati la cui felicità è ostacolata da forze nemiche; attraverso questa struttura la realtà popolare e contadina intreccia continui rapporti con mondi assai diversi, tra cui quello della nobiltà e del clero. Nello sviluppo del romanzo la peste assume una funzione importante che ha la funzione di determinare un riequilibrio rispetto alle disavventure dei protagonisti e alle sicurezze dei potenti. E’ proprio la peste a permettere il ritorno di Renzo; egli, ripercorrendo la Lombardia, compie una sorta di “discesa agli Inferi” che lo porta a visitare il suo villaggio distrutto e ad attraversare una Milano in preda al contagio; questo suo “percorso” è la necessaria premessa al ritrovamento della sua amata Lucia nel lazzaretto, la sua rassegnazione alla volontà di Dio e al perdono dello stesso nemico. L’ “affresco” della peste introduce alla conclusione del romanzo in cui il realismo si fonde con schemi ed effetti simbolici, come la pioggia purificatrice che dà il segnale della fine della malattia.
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CURIOSITA’

A seguito dell’ immediato successo del romanzo, ne seguirono edizioni pirata in diversi centri italiani, mentre già nel 1828 usciva un’edizione francese. Non ancora del tutto soddisfatto e progettando una nuova revisione del romanzo, Manzoni effettuò, nell’estate nel 1827, un viaggio in Toscana per “risciacquare i panni nell’Arno” immergendosi nel fiorentino parlato dalla borghesia contemporanea. Siamo sul finire del romanzo, quando ormai Lucia è stata liberata dall’ Innominato. Renzo, avendo saputo che Lucia è ospite di Don Ferrante a Milano, entrato in città, va in cerca della sua abitazione. Attraversando le strade e le piazze, vede e vive le conseguenze della terribile epidemia: per ogni dove squallore, sofferenza e morte. La realistica e minuziosa descrizione che Manzoni fa delle terribili conseguenze umane e sociali della peste è quanto mai attuale e, pur a distanza di secoli, suscita in noi lettori sentimenti di sgomento e angoscia. Su tutte, due ci sembrano le citazioni maggiormente degne di considerazione:
“All’alba, a mezzogiorno, a sera, una campana del duomo dava il segno di recitar certe preci assegnate dall’arcivescovo: a quel tocco rispondevano campane dell’altre chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a pregare in comune.”
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“Gli amici, quando pur due s’incontrassero per la strada, si salutavano da lontano, con cenni taciti e frettolosi. Ognuno, camminando, aveva molto da fare, per scansare gli schifosi e mortiferi inciampi di cui il terreno era sparso e, in qualche luogo, anche affatto ingombro: ognuno cercava di stare in mezzo alla strada, per timore d’altro sudiciume, o d’altro più funesto peso che potesse venir giù dalle finestre; per timore delle polveri venefiche che si diceva essere spesso buttate da quelle su’ passeggieri; per timore delle muraglie, che potevano esser unte. Così l’ignoranza, coraggiosa e guardinga alla rovescia, aggiungeva ora angustie all’angustie, e dava falsi terrori, in compenso de’ ragionevoli e salutari che aveva levati da principio.”
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LA MADRE DI CECILIA

Milano viene sconvolta dal flagello della peste, Renzo si inoltra nella città e si ferma a contemplare la scena dolorosa della “cerimonia funebre” con protagonista “La madre di Cecilia” (capitolo XXXIV). Il giovane osserva con orrore il lavoro dei monatti e rimane colpito e commosso alla vista della donna che, pur straziata dal dolore, ha vestito con cura, come per una festa, la bambina e ne depone il corpicino con delicatezza e dignità su uno dei carri. L’addio a Cecilia è dettato dalla fede cristiana che permette di accettare il dolore, esaltando la virtù della rassegnazione. Le parole utilizzate da Manzoni per descrivere il composto “addio” a Cecilia rimandano chiaramente a momenti commoventi e dolorosi che anche noi abbiamo vissuto lo scorso anno durante la fase più acuta della pandemia da COVID-19. Ancora una volta la storia ci insegna che il succedersi delle epoche storiche può determinare il ripetersi di situazioni già vissute nel passato che lasciano tracce profonde nelle menti e nei cuori di tutti.
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“Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.”
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CONCLUSIONE

Il 2020 ha fermato il tempo e ha stravolto le nostre abitudini e la nostra quotidianità, tutto per colpa di un essere invisibile e pericoloso che ha trascinato con sé i sogni, chiusi nel cassetto, di molti. Improvvisamente, ci siamo risvegliati, forse senza esserne completamente consapevoli, in un “nuovo Medioevo”, nella desolata e afflitta Firenze, descritta da Boccaccio nel “Decameron”. Oppure abbiamo rivissuto l’epoca del Seicento, nella città di Milano, “ritratta” da Manzoni ne “I Promessi Sposi”, attraverso un viaggio nel tempo. Per diversi giorni abbiamo dovuto mettere da parte i rapporti con gli altri e le nostre esistenze, di conseguenza, hanno perso vitalità; ci siamo dovuti difendere isolandoci con l’unico obiettivo di allontanare il pericolo e cercare di non esserne sopraffatti. Abbiamo riscoperto la semplicità di piccoli gesti e momenti tra le mura delle nostre case, che ci hanno difesi e protetti, allo stesso modo in cui fece la villa nelle campagne fiorentine che accolse l’immaginaria comitiva dei giovani di Boccaccio, allontanatisi da Firenze per sfuggire al contagio della peste. Oggi, finalmente, scorgiamo una luce in fondo al tunnel, che seppur fioca, ma viva, rappresenta la speranza di tutti affinché presto possiamo tornare a “rivedere le stelle”.
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