Ogni uomo è uno straniero by Aquilina Olleia - Ourboox.com
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Ogni uomo è uno straniero

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Sep 2020
Published Books
1

Ogni uomo è uno straniero: questo il titolo del Premio letterario promosso con il patrocinio del Comune di Terracina, per la seconda edizione, dalla Sezione FIDAPA Bpw di Terracina, Presidente Prof.ssa Rossella Poce, Vicepresidente coordinatrice Prof.ssa Maria Grazia Coccoluto. La premiazione si è tenuta il 1 giugno nella Sala Giunta del Comune di Terracina alla presenza del Vicesindaco e Assessore alle politiche sociali Roberta Tintari, dell’Assessore alla cultura Barbara Cerilli, della Vicepresidente del distretto centro della sezione FIDAPA Bpw Concetta Di Palo, della Giuria costituita dalla scrittrice e poetessa Elvira Bianchi, dalla Dirigente Scolastica Laura De Angelis, dallo scrittore Mario Tieghi e dallo scrittore Claudio Volpe.

Il progetto coerente con le finalità contenute nel tema nazionale della Federazione- La creatività femminile e la cultura dell’innovazione, motori di sviluppo socio – economico – politico è nato per dare voce ai silenzi, per incentivare la scrittura delle giovanissime che saranno le donne di domani e per favorire l’espressione e la consapevolezza dei loro talenti.

Quest’anno il Premio Letterario, originariamente destinato solo alle Scuole secondarie di secondo grado di Terracina, è stato esteso alle studentesse delle Scuole Secondarie del Distretto Centro della sezione FIDAPA. Numerose sono state le partecipanti, alto il livello degli scritti dei quali è emersa una particolare sensibilità per l’argomento della diversità e dell’estraneità e una buona capacità di tradurre le emozioni in parole.

Tema di quest’anno l’estraneità che abbraccia realtà diverse, ma che hanno tutte come unico denominatore l’incolmabile e insanabile solitudine dell’uomo rispetto agli altri e soprattutto rispetto a se stessi.

Dai loro scritti emerge, a volte, il disagio provato nel posto in cui si vive, il vedersi con gli occhi degli altri che giudicano, non capire perché ma non arrendersi alle ipocrisie; a volte sono stati denunciati episodi di drammatica attualità a metà strada tra il senso di esclusione e la pena dell’indifferenza, altre hanno raccontato la loro storia intessuta di nostalgia.

C’è in queste pagine una fitta rete di emozioni.

1

Una Casa che profumi di casa

 

Cerco una casa

Che mi ricordi casa

Ma qual è la mia casa?

Non la vedo.

Niente ha su scritto “Casa Mia”

Come la trovo?

Scorgo da lontano una spiaggia

È abbastanza grande per me

Corro verso il mare

Chiudo gli occhi.

I gabbiani mi salutano con il loro stridio

amichevole

Il profumo di salsedine mi inebria l’anima

Una leggera brezza mi accarezza il viso

Apro gli occhi.

La melodia del mare mi ricorda

la ninna nanna di mia madre.

È lei. L’ho trovata.

Finalmente ho capito

La natura è mia madre,

Il mondo,

Casa Mia.

Chiara Ceccarelli

2

Partenza

 

Mi Giro

Guardo Le dune

Dorate.

Le porto con me

Verso l’ignoto.

La scia bianca

Segna il destino

Di povera gente.

Terre sconosciute

Ci attendono.

Vivremo una vita

Nuova

Ma Vorrei

La vita di Sempre.

Francesca Di Fazio

 

3

Ogni uomo è uno straniero

 

“Scheiße”

un’accozzaglia di lettere

pungono,

lettere che formano parole

colpiscono.

 

Nonna, cosa significa?

“Che ogni uomo è uno straniero… prima o poi”.

Lei pensa

a un tempo lontano,

un luogo lontano.

 

“Ogni uomo è uno straniero… prima o poi”.

Lei ricorda

era un’esile, fragile ragazza

e in una parola

le dicevano la sua razza.

 

Tristezza mi assale.

 

“Ogni uomo è uno straniero… prima o poi”.

Lei rammenta

la paura di lasciare

il paesello e la cara sorella,

in treno solitudine e la neve in terra straniera.

 

“Ogni uomo è uno straniero… prima o poi”.

Lei sospira

la speranza di rivedere

tramonti e mare,

il ricordo dei cari affetti fa male.

 

La realtà le rubava la dignità,

in una parola le toglievano l’umanità.

Lettere pungono, parole colpiscono.

 

A te straniera, l’abbraccio più bello, il bacio più bello.

Giusti Aurora

4

Perdutamente sola

 

Io non sono come voi,

stranieri ai miei occhi

le vostre facce segnate

dal disprezzo

ignote e bestiali.

 

Io non sono come voi,

che giocate con le vite

degli uomini

vostri fratelli,

nei volti sofferenti

come possono esservi

indifferenti?

 

Io non sono come voi,

io naufraga, voi tempesta,

io vittima, voi carnefici,

io che affondo nella profondità del mare,

voi nell’immensità della vostra ipocrisia.

 

Io non sono come voi,

non come voi mi disegnate,

e mi sento persa,

sola

diversa.

Martina Bulletti

5

Un altro mondo

 

Mentre cerco di non morire

Tra precipizi e ingannevoli pianure

Mi fermo in riva a quello che deve essere il fluire

dei miei pensieri

Ma non li riconosco

Mi avvicino

Guardo lo specchio d’acqua Mentre noto la mia figura, diversa

E mi rendo conto che potrei far parte di ogni suono

Di ogni raggio di sole

Ma potrei

Potrei e non sono

E l’intenzione è spazzata via da vento e pioggia

Fluttua lungo i torrenti, è lontana

E quando la vedo, così pura, persa

La contamino, con le mie speranze Provvisorie

Spero di non bruciarla

Desiderandola

Di non spezzarla

Guardandola

Spero che fugga, via da me

Che sono solo il respiro

Di un altro mondo

Sono solo una forzatura ai limiti di questa realtà

Mi ritrovo incastrata in una crepa

Di quest’impotente universo.

Fiamma De Nardis

6

Vengo dal mare

 

La gente pensa che io venga dal mare.

 

Io l’ho attraversato quel deserto blu.

 

Il sole si sbriciolava nel mare, tastavo il cielo e assaporavo il sale.

 

La sete intorpidiva la lingua e i lamenti si confondevano con le onde, il sole e il sale bruciavano sulla pelle.

 

La gente pensa che io venga dal mare.

 

Io che balbetto una lingua e penso in un’altra, quella che sussurrava il vento sollevando la polvere della mia terra.

 

La gente con sfumature chiare in viso e la lingua aggrovigliata in mille parole pensa che io venga dal mare.

 

Io, con la pelle e i pensieri di un altro colore.

 

Ma nessuno viene dal mare.

 

C’è una terra scura e morbida come la mia pelle oltre tutto quel blu, la sentivo sotto i piedi scalzi.

 

Ma la gente pensa che io venga dal mare.

 

Io, che ormai non ho più niente a cui tornare, che navigavo

stretta a sogni sbrindellati e pregni di acqua e sale.

 

Poi spinta dalle onde la barca arrivò sulla terra ferma, come una conchiglia vuota e sbeccata.

 

Eravamo scesi barcollanti, mentre il mare continuava ad agitarsi dentro.

 

Crollammo in ginocchio e sfiorammo con le labbra riarse dal sole la sabbia fine.

 

C’erano rimasugli di preghiere nell’aria, fra l’odore di salsedine e visi sconosciuti.

 

Non capivo niente, mi guidarono lontano dalla spiaggia, in un’altra vita.

 

E affondavo in un’altra realtà, alle spalle avevo un deserto blu, ero solo una donna che veniva dal mare, una donna che non aveva più niente.

 

Fra gli sguardi diffidenti portavo i miei sogni addosso, fra le pieghe di un vestito colorato.

 

Li cercavo fra le pieghe di quel vestito e li stringevo fra le mani i miei sogni, avanzavo fra gli sguardi e mi sentivo sbagliata…

 

Volevo parlare ma avevo la gola secca, e loro non avrebbero inteso le mie parole.

 

Non avrebbero capito la mia storia, perché nella loro lingua non sarebbe sembrata la stessa.

 

Che poi la fame e la sete non le capisci se qualcuno te le spiega a parole.

 

Loro non potevano capire, per questo mi guardavano in quel modo… così provai a capirli io.

 

Poi in mezzo a frammenti di diffidenza e paura notai il sorriso di una bambina, i suoi occhi erano blu, ci brillava il mare e sembrava quasi bello.

 

C’era una bambina che sorrideva, i suoi sorrisi, i suoi occhi, la sua pelle e i suoi pensieri erano di un colore diverso.

 

Pronunciava altri suoni e viveva in altri luoghi.

 

Ma la capii lo stesso e sorrisi anch’io.

 

Io che venivo dal mare, con gli occhi e la pelle scura, sorridevo come quella bimba, con le mani piccole e pallide.

 

Per un istante pensai che le diversità non esistessero, e che la nostra razza, quella degli esseri umani, non conoscesse colori, lingue o religioni… Ma solo sfumature diverse di emozioni.

Gioia Libera Capotosto

7

Cariddi

 

Un minuto di silenzio, signori, e ascoltate il Mediterraneo che respira, Cariddi che ora rigetta infuriata ora languida e si abbandona al bacio della riva e si lascia viaggiare sopra. Cariddi e le sue vecchie abitudini.

Cariddi la triste, la bella, bulimica nel dolore conosce tante storie e ogni giorno le rivomita. Le possono ascoltare solo i vecchi e i bambini, ma anche chi, paziente si toglie la paura dal cuore, e si mette gambe incrociate sulla riva.

Si ricorda di Ulisse, che scivolava sul quel dolore nero come il vino, remando col suo dolore, per anni, ospitato, sempre, straniero, mai. Perché quel mare che è di Itaca non finisce dove indica la mappa.

Cariddi lo sa, e lo sanno i vecchi, e i bambini, che i confini sono degli uomini, e che lei rivomita le acque da molto prima. Il mare di Itaca non finisce al meridiano, al parallelo. Il mare di Itaca non esiste, vecchi, bambini.

Esiste un mare, uno solo, che non ha cartelli, non ha muri, e lascia scorrere, perché è nella natura del mare scorrere, ed è nella natura dell’Uomo, viaggiare. Viaggiare, rimanendo a casa.

Chi l’ha deciso che questa è casa mia? E che questa è casa tua? Questa terra non mi appartiene, né a te la tua. C’è solo la Terra. Ed è di chi la ama.

Il mio Paese è il tuo Paese, versarono del sangue per stabilire se fosse straniero quello che vive un metro più in là del confine. Ma dietro al confine trovi solo un altro uomo. E niente più.

Alcuni giorni sono un mare, mi scorrono le mani sul viso, ma non sono le mie mani, e non sono i miei occhi, non è il mio naso, la mia bocca, i miei seni. Sono straniera in un corpo che non è mio.

Alcuni giorni son Cariddi, vorrei piangere, e racconto del mio dolore, che è il tuo, di chi a forza di portarsi la casa sulle spalle ha dimenticato dove andare. Prima di raccontare, signori, silenzio.

Un minuto di silenzio, signori, non per chi va, ma per chi pensa si debba restare, comunque restare, e sventola urlando i suoi bandieroni, quando il suo credo è già morto a testa in giù maciullato, per contrappasso, come furono maciullati e vengono maciullati ancora.

Piangi, Cariddi, sulle nostre sventure, bacia la riva per una buona notte, vomita il tuo dolore così forte da riaprire i porti, portaci salvi a Casa, ovunque essa sia.

Livia Fragione

8

Chi è lo straniero?

 

Spesso non ci si pone questa domanda, ci si limita soltanto a racchiudere tutte le persone che vengono inserite da un preciso individuo in questo grande insieme, sottoponendole a discriminazioni e a un’emarginazione, che le porta a sentirsi spesso come un ripiegamento non voluto dalla società in cui sono state inglobate, solo per essere poi risputate come un boccone amaro ai confini di questa. Perchè l’uomo assume questo comportamento così ostile verso il diverso? A questa domanda non si può dare una precisa risposta, basti solo pensare che questo fenomeno ha origini radicate nel mondo arcaico: L’estraneo, il forestiero, non aveva alcun diritto. Per esempio, nelle poleis greche, lo straniero aveva la stessa importanza di un animale, uno schiavo, o una donna, la quale, per una società governata da valori maschilisti, era solo “proprietà di un familiare di sesso maschile”. Avanzando nei secoli, l’identikit dello straniero si è trasformato completamente, fino a diventare una qualsiasi entità all’interno di un ambiente umano. Tutti, nella nostra vita, ci siamo sentiti stranieri almeno una volta. In un ambiente scolastico, cittadino, persino familiare. E la classe sociale più soggetta a questa estraneità è spesso la fascia dei giovani ragazzi, definiti la generazione del nuovo millennio. Già questa prima etichetta lascia intendere che la nostra appartenenza a un altro periodo ci renda stranieri agli anni che ci hanno preceduto. E porta alla formulazione di stereotipi e pregiudizi. Perché noi ragazzi siamo quelli che vivono con il cellulare in mano, quelli che non trovano interesse in alcuna attività, quelli sempre a testa bassa, quelli che nascondono il loro vero volto dietro una maschera, che sia trucco o un semplice cappuccio calato sugli occhi. Perché noi abbiamo paura di questi stereotipi. Siamo diventati così dipendenti dalla necessità di essere etichettati, essere definiti in qualche modo, che non vogliamo risultare stravaganti, insoliti, difettosi. E non è colpa nostra. Perché siamo stati educati a questo. Alla paura del diverso. Alla paura di qualsiasi agente esterno, che sia un immigrato, una nuova corrente di idee. Una nuova esperienza sconosciuta ai nostri educatori di vita. Esiste, però, un sempre più crescente gruppo di ragazzi, i cosiddetti “non classificabili”, che distruggono le barriere degli stereotipi, stanchi di essere persone comuni. Ragazzi che si distaccano da questa società così disperatamente materialista e superficiale. I cosiddetti stranieri. Queste persone saltano all’occhio; per strada, quando le incontri, si distinguono dagli altri. Sono differenti. Hanno qualcosa nella camminata, nello sguardo, qualcosa che le rende vive. Ed è vero. Sono persone che non possono stare in gruppi di personalità prefabbricate, perché la loro stessa esistenza le fa risaltare, come se avessero qualcosa di sovrannaturale, di diverso. E l’uomo, purtroppo, è spaventato dal diverso. Perciò si limita ad escludere, ad allontanare il cambiamento. La verità è che tutti noi siamo pigri, siamo come impauriti di vivere le nostre vite, stanchi di subire continui mutamenti nell’abitudine monotona che caratterizza la nostra esistenza. Si desidera una vita normale, nella propria casa, nel proprio paese. Si preferisce questa vita all’essere straniero. A viaggiare, apprendere, provare; al non vivere un singolo giorno allo stesso modo di un altro, all’essere insoliti, al distinguersi dagli altri.

Detto così sembra una follia. Sembrano solo una pila di menzogne raccontate ai bambini la sera, per farli sognare anche prima di addormentarsi. Effettivamente lo sono. Ma è questo ciò che hanno di diverso gli stranieri di oggi. Sanno immaginare, sanno sognare in un mondo che opprime il pensiero. Questa condizione riduce l’uomo ad essere un semplice corpo, lo declassa fino a renderlo un’entità vuota e priva di significato e non è una situazione umana. Perché l’uomo è fatto per pensare, immaginare, esplorare il mondo che lo circonda e sé stesso; l’individuo incapace di fare ciò, diventa automaticamente estraneo a se stesso, incapace di essere un cittadino del proprio corpo. Ogni momento in cui ci dimentichiamo di sognare per pensare a inutilità che crediamo importanti, perdiamo un briciolo della nostra cittadinanza di essere umano. Ogni volta che crediamo che fantasticare per ore su situazioni inverosimili sia una perdita di tempo, diventiamo un po’ meno umani e più macchine fatte di carne e ossa.

Perciò, ogni tanto, quando ti rendi conto di essere uno straniero, non sentirti a disagio; non cercare di cambiarti; non essere una persona qualsiasi.

Sii straniero. Vivi.

Bracchi Giorgia

9

Beyond

 

A volte mi costringo ad alzare lo sguardo, mi costringo a fissare il riflesso nello specchio, prego sempre sia la volta buona in cui tutto sia cambiato. Respiro profondo, poi la speranza, infine un conato, le lacrime, perché non è cambiato nulla, e mi rendo conto che l’incubo ancora non è finito. A volte mi costringo a sperare che sia tutto un sogno, mi ripeto di stare tranquilla, poi richiudo gli occhi e supplico e prego che il giorno dopo, riguardandomi allo specchio, possa trovare un corpo nuovo.

Io sono spaccata. Io, non sono mai tutta. Io sono solo un piccolo frammento di me, separata dalla mia carne, e cerco, piango, annaspo nel nulla, mi perdo e non capisco, perché mi sia tutto così lontano, così estraneo. Non so neppure io cosa sono, un’anima, un difetto, un capriccio, un qualcosa che si libra, non ho nulla che mi tenga ancorata alla realtà, nulla di concreto che mi faccia sentire davvero viva. Respiro, ma non sono davvero viva. Vedo, ascolto, parlo, ma non esisto. Muovo gli arti, ma non li sento, non sono miei, non decido io, non sono mai viva. Vedo con occhi che non sono i miei, mi perdo in un labirinto di volti, nomi, tutti conoscono lui, ma nessuno conosce me. E questo non è vivere. Perché io esisto, perché io sento, io ci sono, sono presente ogni singolo momento, ma nessuno lo sa. E per me è come essere morta. Anzi, quando morirò davvero, nessuno lo saprà, nemmeno io, non sentirei nessuna differenza, non cambierebbe nulla.

Ho imparato a vivere così, ho imparato qual è il mio posto, e semplicemente lascio sia lui a vivere la vita che invece spetta a me. Lui chi, poi. Lui non esiste. L’hanno creato loro, mi hanno costretta a crearlo, hanno tentato di convincermi in ogni modo che io fossi lui, ma non ci sono cascata. Lui non c’è, lo vedono solo loro. Dentro questo corpo, ci sono solo io. Forse lui avrebbe dovuto esserci, nel piano originale del dio che ha scatenato tutto ciò. Forse sono io l’estranea, vivo nel corpo di qualcun altro, e forse lui adesso vive nel mio corpo, nel mio vero corpo, e piange ogni giorno, da solo, perché anche lui vorrebbe gli fosse restituito il suo. Mi sento in colpa per questo lui, a cui ho involontariamente rubato il corpo, ma poi ricordo che anch’io voglio il mio e la pena diventa rabbia, e urlo e piango perché per colpa sua io non sono mai tutta.

Lui per me è solo la maschera che indosso ogni giorno, da anni, una maschera soffocante che sento sempre più pesante e stretta, e più passa il tempo più diventa difficile indossarla, e fa sempre più male. Ogni mattina esito un attimo di più prima di rimettermi nei panni di lui. E mi chiedo sempre perché, perché diavolo sopporto ancora questa farsa, che sta sempre più prepotentemente diventando una tortura. Tenere nascosta la più bella e dolce parte di me, che io profondamente amo, e preferirei tutto, tutto anche la morte, pur di non farle questo ancora. Umiliarla, schiacciarla, soffocarla, tenerla incatenata nell’angolo più remoto di me e fingere sia per il mio bene. Non sto bene. Non sto bene facendole questo. Non sto bene respirando aria con polmoni che non sono miei, in un maledetto corpo maschio che non mi appartiene, eppure è il mio e ci sono dentro, non posso uscirne fuori e io non lo voglio, non lo voglio più.

Questo corpo è una trappola, una gabbia, una maledizione. Sono 17 anni che ci vivo dentro e ancora non ho imparato a conoscerlo, ancora non ho imparato a conviverci, perché non è mio, mai l’ho sentito mio. Tutto mi è sconosciuto, tutto mi è estraneo, a partire da me stessa, e tutto fuori sembra sempre così diverso e non capisco come si muova il mondo attorno a me. Non riesco a stare al passo della mia stessa vita, che scorre davanti a me senza che io possa fare nulla per viverla davvero. Mi trascino ogni giorno, appesantita da questa zavorra che deambula a stento, mossa da un mio soffio sottile e svogliato, un fantoccio, una farsa, una bara dentro cui giace già la mia anima che lentamente si sta lasciando andare all’indifferenza, la stessa indifferenza che il mondo nutre nei miei confronti.

Immagino come sarebbe bello essere libera da queste catene, da questo peso, un’anima senza corpo, senza dolore, libera e leggera, vorrei volare e osservare il mondo da un’altra prospettiva, e capire magari perché per la gente è tanto sbagliata la mia esistenza. I pensieri degli altri attorno a me mi confondono. Non capisco cosa ci sia di così difficile nel capire che quello che vedono non sono io, fatico a capire perché io non possa essere io, nonostante il mio aspetto, alla fin fine cosa conta un corpo? Cos’è la carne in confronto alla coscienza, al mio essere, alle mie speranze, ai miei sogni. Perché non posso fare di me ciò che voglio? E se proprio devo sopportare il peso di questo corpo, che volente o nolente è mio e mio sarà per sempre, perché non posso giocarci, e cambiarlo, e forse imparare ad amarlo? So che non odierei tanto queste braccia, queste gambe, questo petto, se potessi indossare ciò che voglio io, acconciarmi come più mi piace, e imparare a mascherare il mio corpo invece che la mia anima. Il mio aspetto è solo una forma, e dovrebbe essere immagine di ciò che ho dentro, e dovrebbe essere lui a cambiare per rispecchiare me, e non il contrario.

Essere donna in questo mondo è difficile. Ma per una come me, giuro è insopportabile. Io sono donna, lo sono tanto quanto le altre, tutto di me è donna, ma nessuno lo capisce, nessuno lo vuole capire, ed io sono costretta a dar corda alle bugie che loro hanno creato, e devo fingere, fingere sempre, mentire a tutti e a me per prima. L’unica mia speranza è che un giorno, davvero, qualcosa possa cambiare, in qualunque modo.

Essere donna in questo mondo è peccato. A me non è neppure concesso di peccare.

A volte ho paura di perdere me stessa in mezzo a tutto questo fingere. Ho paura che tutto questo mentire e nascondermi possa distruggermi, e io non voglio, non voglio svegliarmi la mattina e vedere riflesso nello specchio ciò che loro vogliono vedere, e semplicemente accettare le cose come stanno. Ho paura che alla fine, io stessa finisca a credere a questa farsa, e che io diventi lui e semplicemente tutto finisca in un poco glorioso e triste nulla. Forse inizierei a vivere davvero, ma non ha senso vivere in una bugia, meglio soffocare, ma sempre cosciente di me, di ciò che sono.

Io non sono il figlio perfetto, io non sono il ragazzo spensierato che gli altri vedono. Io sono io, e non ho deciso io di essere così. Non sono felice di essere spaccata, non ho mai scelto di soffrire, di mentire, non è un capriccio, non è una moda, non è una fantasia passeggera, non è una fase e se lo è vorrei che finisse il prima possibile, perché non ne posso più. Sono stanca degli sguardi, sono stanca delle parole, sono stanca di essere una delusione per gli altri e per me, sono stanca di non essere mai abbastanza e di non essere mai completa.

Io non voglio morire, arrendermi ora alle bugie significherebbe questo, morire dimenticata, anzi mai conosciuta, perché non ho mai avuto davvero la possibilità di vivere. Morire e lasciare col mio ultimo respiro solo questo corpo a muoversi abbandonato, vuoto, tutti preferirebbero così. Lascerei una falsa identità, quel lui creato dalle loro, dalle mie bugie, è più facile accettare questa menzogna che la mia verità.

Questo mondo non l’ho mai capito, mai lo capirò. Le sue dinamiche mi sono estranee, e io semplicemente non riesco a ragionare con la testa di una persona normale. Non lo sono, in effetti, come potrei pensare normalmente se nulla di me rispetta le norme della società. Sono una spettatrice passiva di uno spettacolo lungo, noioso, recitato in una lingua incomprensibile. A volte mi sembra di parlare a mia volta una lingua strana, nessuno mi capisce, e allora preferisco stare in silenzio e lasciare che sia lui a parlare del nulla per me.

A volte mi costringo ad alzare lo sguardo, mi costringo a fissare il riflesso nello specchio, prego sempre sia la volta buona in cui tutto sia cambiato. Ma cosa voglio davvero che cambi? Il mio corpo? Oppure il mio modo di vederlo? Cosa mi farebbe davvero stare bene? A dire la verità, non mi aspetto che un miracolo mi trasformi improvvisamente in una donna con tutti gli attributi biologici in regola, e neppure mi aspetto che da un momento all’altro i miei occhi comincino ad ingannarmi, e neppure voglio cambiare le mie sensazioni, il mio orgoglio nell’essere ciò che sono.

Eppure prego sempre che qualcosa sia cambiato.

Non so neppure io cosa, ma lo spero. Spero che una mattina possa svegliarmi libera, uscire di casa e vivere col sorriso una vita senza di lui, una vita che è mia e solo mia, accettata da me stessa e dalla società. Lo spero e continuerò a sperare con tutto il cuore che un giorno possa sentirmi davvero io.

Maria Pia Servadio

10

Chissà ora dove sarai

 

Chissà ora dove sarai, se sbracato sul divano all’angolo con l’ultima lattina di birra tra le mani, riflettendo su cosa ci fai su questa terra in cui anche il tuo nome ti sembra un miraggio, o su un’isola in cui centinaia di migliaia di miglia separano il mio cuore dal tuo.

A cosa starai pensando? Beh, così di getto è difficile dirlo. Non se night club, discoteche e mani sui fianchi di belle biondone con le bocce sotto i riflettori di una strobosfera possano definirsi esistenza.

Quante volte sono stata assalita dal desiderio di risvegliarmi accanto a te. Guardarti dormire contro il tuo volere era la parte che preferivo. Saperti al sicuro tra le lenzuola. Sapere che dalle braccia di Morfeo non saresti potuto fuggire. E poi tra gli sguardi tu aprivi gli occhi. Io fingevo di dormire e allora il tuo fiato sopraggiungeva su di me penetrando anche gli androni inesplorati del mio io interiore.

Detto così, forse, il tuo respiro non avrà la stessa potenza dell’orgasmo mattutino che provocavi in me: la cura a tutti i mali anche quando, per i capricci di una notte giovane, prendevamo le sembianze di due sconosciuti. Quando per pigrizia, impotenza o chissà cosa non riuscivo a prenderti per mano, guardarti negli occhi e capire se quel bivio che avevamo davanti ci avrebbe fatto svoltare a destra o a sinistra.

Quante volte nei panni de “la ragazza attaccata alla sottana di mammina” come la chiamavi tu, avrei voluto sradicare le radici di un’esistenza appesa a un chiodo e di una vita funambola sul filo di un rasoio. Il resto solo spiagge su cui naufragare. Una realtà caleidoscopica. Un trampolino di lancio che ti farà battere la testa per andare oltre.

Guardare fuori dal finestrino è solo un ricolmare d’insoddisfazione: un cocktail di rimorsi, speranze, dubbi, incertezze e perplessità. Un groviglio di fili ferrosi in una matassa da sbrogliare. Un macigno di emozioni colossali racchiuso in un puntino insignificante nell’immensità dell’universo. Punti, virgole e accenti: segni di una punteggiatura impercettibile anche al di fuori dal finestrino, ma che dopotutto restano tali anche per quello che si portano dentro.

Sogni, storie e aspettative che si incrociano, si fondono, percorrono un pezzo di strada insieme per poi scindersi e lasciarsi in quello che è l’interminabile cammino della vita mentre un vuoto insaziabile dilaga nel mio stomaco. Una gabbia di ciniche falene che circolano nel mio ego. Una fame insaziabile di fronte a quello che è un trauma da pagina bianca.

E poi il mondo: un panta rei di incantesimi complessi. Un algoritmo irrisolvibile. Un paradosso incomprensibile di gente che viene e che va, di incontri, addii e ritorni, ma non di resti nonostante gli ostacoli, nonostante i difetti. Di chi confonde la vita se non come una fermata dell’autobus e di chi rischia di restare a fissare quelle porte scorrevoli che al solo aprirsi o chiudersi scorrono assieme al tempo.

Ma se in tutto ciò la vita fosse nel sedile accanto al finestrino?

Se sta volta avessi scelto veramente di guardare me stessa?

Al diavolo i puntini di sospensione, allora. Voglio mettere una spunta verde in quello che il test dell’esistenza, un punto fermo: voglio essere decisa e risoluta insieme. Voglio credere la vita come un guardare oltre un guardare fuori. Non fermarmi al senso letterale delle cose, ma poterla intendere secondo il significato allegorico dei fatti, rendermi conto di ciò che mi sfugge e della scelta tra quello che DEVO e quello che MI STO PERDENDO tra i raggi di un tramonto che si fa strada fra nuvole sospese in cielo.

Vorrei essere fuori di me solo per un istante. Bloccare il mio respiro solo per potermi guardare negli occhi. Spogliarmi dentro e poter capire chi starai guardando con quello sguardo con cui guardavi me, quando la nudità diventava l’unica difesa per sentirmi vestita. Quando quella sera che ci siamo dati due baci sulle guance alla fermata del taxi avrei voluto superare quel muro d’imbarazzo tra me e te. Prenderti per un braccio, guardarti negli occhi e farti notare il rossore sulle mie guance. E invece mi ricordo quel tuo sguardo e quel tuo sorriso di quando ho ballato con te la prima volta che ci siamo parlati e di quando ti bastava un sei bellissima per permettere alle nostre dita di intrecciarsi e ai nostri occhi di fare l’amore. Nelle mie vene scorrono ancora le parole mi hai scritto e che leggo ogni volta che voglio farmi male, le telefonate che ci facevamo alle due di notte perché l’alba ci sembrava inarrivabile e l’odore della nostra prima volta di quando basta annusarsi per dire casa.

Ma eccomi qua. Seduta vicino al finestrino con una storia da far conoscere al mondo e una carica di adrenalina in circolazione. Non sento più le mani, le mie ginocchia si muovono senza un perché e nella mia mente è tutto un farneticare. Un susseguirsi di immagini sfocate in una sequenza ritmata.

Sì questa sono io. Quella che si porta tutto dentro per non compiacere, quella che sorride mentre dentro diluvia. Quella che si irrita facilmente, che ha bisogno di continue rassicurazioni e che è fottutamente paranoica. Quella a cui anche solo un centimetro di distanza basta per scappare da un sentimento, perché provare emozioni forti mi fa sentire debole. Ho una sensibilità vitrea, anche se mi hanno fatto credere di essere forte. Ho sempre creduto in tutti tranne che in me, ho sempre sorriso per niente e avuto lacrime per ogni cosa.

Sono la somma di tutti i miei sbagli, di tutti i miei passi. Sono come il mare: a volte calmo, a volte in tempesta. Ho le tasche piene di sassi e cassetti pieni di sogni.

Sono io, Mel. Quella che la mattina si sveglia con il mascara della notte precedente ancora sugli occhi e i capelli che sembrano un nido di calabroni. Acida più di una bottiglia di latte scaduto e strana da non capirmi neanche da sola. Sola anche su un autobus all’ora di punta con una città che da contorno pullula di vita.

Sono io quella da struccami, spettinami, spogliami altro che “rossetto e mascara”. Sono io l’anticonformista, la fuorilegge, quella che vede le cose in modo diverso, che deruba se stessa per dare agli altri. Sono io quella che non ha voluto voltare pagina, ma preferito strapparla: io, che ho messo da parte me stessa per il mio talento.

Talento. Una parola, tre sillabe e sei lettere. Un sibilare nel credere in noi stessi a non deporre le armi, a continuare a combattere anche quando le tue ginocchia poggiano sull’asfalto bollente e il tuo è un mare di sangue. Quel fruscio che nelle sere d’inverno ti spinge a cantare alla luna mentre a mente tu conti le stelle. Stelle, puntini luminosi, che guardi con la sigaretta in bocca e un fardello sulla schiena che inizia a pesare: i sogni.

Quelli che da piccola ti fanno restare incollata alla TV per ore, quelli che quando ti chiedono: “Cosa vuoi fare da grande?” tu con una convinzione che raggiunge ciò che non vuole essere raggiunta rispondi: “La modella o sennò la ballerina, ma anche la velina non mi dispiace mica, eh” Ecco, a quell’età sei ancora incosciente, ti manca la cognizione di causa e guardarti allo specchio è solo un’immagine riflessa. Invece poi cresci e inizi a pensare che forse quel riflesso pesa. Cresce il seno, i jeans che non si abbottonano più brufoli ovunque e uscire inizia ad essere un atto di coraggio. Preferiresti scalare l’Everest piuttosto che sbavare davanti a una vetrina: una sfilza di top strafighi e collant aderenti mentre l’unica cosa che puoi permetterti restano i maglioni del reparto “taglie comode” solo perché vuoi nascondere quello che c’è di sbagliato in te. Vorresti specchiarti e poter dire: “Sono bellissima e mi amano tutti”. Vorresti la fila che ti guarda il culo e le gambe perché spingono. Aprire gli occhi la mattina seguente con il trucco sbavato e cadere in una risata sguaiata perché sei bella così.

Sì, TU SEI BELLA COSI’. Anche se il tuo farneticare è infinito, io ti amo lo stesso. Sei donna e bambina insieme, vedi il buono anche nell’imputridirsi di una mela e la copertina di un libro non è l’orizzonte: Margherita Hack mi ha insegnato che siamo fatti della stessa materia delle stelle.

Questo ti rende speciale. Non avere paura di urlare: “Sì, ca**o sono proprio una figa della miseria” tanto i cavalli da corsa si vedono all’arrivo. Smettila di combattere con le metastasi di questa società. Non arrenderti.

Chi ti ama veramente ti prenderà per mano, ti stringerà il culo mentre la sua lingua ti sventra in una fusione reciproca. Ti cancellerà quel filo di mascara perché sei più bella senza e riderà davanti ai tuoi capelli spettinati.

Perché sì, SEI BELLA COSI’.

Iris Vellucci

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Non sei italiana!” Questa frase me la sento dire da quando sono nata

 

Diciotto anni fa nacqui in una piccola cittadina di periferia vicino Roma, da una mamma e un papà nigeriani.

A scuola, nello sport, nella vita di tutti i giorni mi sento dire che non posso essere italiana vista la mia carnagione scura e puramente africana. Perché la gente non vuole capire che tutti nel mondo sono diversi? Perché non accettiamo questa diversità? Cosa fa di me una nigeriana e cosa di me un’italiana? La carnagione? La lingua che parlo con i miei genitori? La lingua che parlano i miei genitori?

Io forse sbaglio a ritenermi italiana, sbaglio a pretendere che gli altri mi considerino italiana? Non credo, cioè sono nata qui, parlo perfettamente italiano e anche il dialetto romano e amo la cultura italiana.

Un giorno come tutti, a scuola, dovetti raccontare la storia della mia famiglia davanti alla mia classe e alla mia professoressa di lettere; mi piace scrivere storie, soprattutto se riguardano la lotta della mia famiglia per garantirmi un futuro migliore.

“Diciotto anni fa, mio padre e mia madre decisero che una barca di circa tre metri e mezzo buttata in mare fosse più sicura della terra ferma, cosi si imbarcarono con altre venti persone che ci entravano a malapena. Dopo molte ore dalla partenza di quella barca, mia madre sentì il mio piccolo corpicino muoversi dentro di lei, volevo assolutamente uscire e vedere la luce del sole.

Ecco la prima contrazione, mia madre presa dal panico chiede aiuto a mio padre che, anche se inesperto, cerca di darle una mano. Ma poi arriva la seconda contrazione, poi la terza, finché una luce non abbagliò gli occhi speranzosi di mio padre, una barca di grandi dimensioni si avvicina alla più piccola e una mano aiuta i migranti a salire nella barca più grande. Tutti in salvo, anche se mia madre ancora soffriva per le contrazioni. Il capitano di quella nave avvertì le persone che si trovavano lì dentro che erano ad un’ora e mezza dal porto di Civitavecchia e intanto mio padre cercava di far di tutto per far star tranquilla mia madre, le cantava delle canzoni.

Arrivati a Civitavecchia, portarono mia madre al pronto soccorso più vicino e dopo ore di travaglio venni alla luce. La gioia dei miei genitori si leggeva dai loro occhi, non avevano niente ma allo stesso tempo avevano tutto ciò che avevano desiderato: una bambina, la loro bambina, nata in un posto migliore.”

Non avevo mai raccontato la mia storia così dettagliatamente, anzi l’avevo sempre congedato il discorso con un semplice “I miei genitori sono immigrati ma io sono nata qui”. Nonostante lo dica parecchie volte, sembra non entrare in testa a nessuno che sono italiana al cento per cento, tutti guardano ciò che appare ai loro occhi senza mai capire cosa c’è dietro ad una povera ragazzina di colore che vuole integrarsi con quella che sente la sua società, la sua patria.

Dopo il mio racconto la mia professoressa si congratulò con me per il bellissimo racconto che avevo scritto, lei era una delle poche che vedeva oltre, che capiva come mi sentivo. Lei mi disse una volta che non dovevo dare ascolto alle voci esterne a me, ma la mia voce, quella che ho dentro di me, quella che dice che io sono ciò che voglio essere. Ed ha ragione, tutto questo dovrebbe valere per tutti, non solo per me.

Valeria Spaccasassi

 

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Ogni uomo è uno straniero

 

Estraneo. Così è questo che sono? Solo questo? Tutto questo? Sì, sono un corpo estraneo ed è un problema serio. Sono un corpo estraneo come lo è il batterio che provoca l’influenza nei bambini e poi li costringe a stare a letto, a non andare a scuola, a prendere l’antibiotico. L’antibiotico che uccide il corpo estraneo e torna tutto come prima. Esattamente, sono proprio questo. Ho avuto il verdetto più di un ora fa, era mezzogiorno, piovigginava e io diventavo estraneo. All’ inizio ho avuto subito paura, come se avessi contratto una di quelle malattie brutte, che ti riempie la faccia di puntini rossi e ti provoca prurito dappertutto. Non sapevo assolutamente come comportarmi, non mi sono mai comportato da “estraneo”, ignoravo se, come e con chi confrontarmi. Da adesso in poi avrei dovuto interagire solo con altri uguali a me…e se non fossero simpatici questi estranei -mi sono chiesto- con chi avrei potuto condividere la mia fragorosa risata, sia quella in ”ihihi” che in ”ahahaha”?

Qualche gocciolina di pioggia intanto mi bagnava i capelli, era mezzogiorno e mezzo, avevo molta fame, ma non conoscevo il cibo degli estranei. Non avrei mangiato più la pizza, la polenta e la pasta? Avrei salutato per sempre il riso, il sushi, il couscous? Avrei detto addio alle uova, ai wurstel, al bacon?

Avevo sete e il pensiero del vino e dell’aranciata e del latte e della birra mi annebbiava la mente Mi sarebbe toccato inumidirmi le labbra solo con dell’acqua piovana?

Con lo stomaco brontolone, la gola prosciugata, camminavo per strade grigie e piazze grandi. Era l’una meno un quarto e io ero estraneo da quarantacinque minuti.

Continuavo a pensare al mio verdetto stando con le mani in mano. Solo dopo ho preso una penna e mi sono messo a scrivere.

La pioggia diventava più fitta e io scrivevo per la prima volta mentre familiarizzavo con la mia estraneità.

In quel foglio bianco e in quell’inchiostro blu stavo scoprendo il mio antibiotico. Per incoraggiarmi, mi son detto ”bello mio”, poi mi son corretto ”bell’estraneo mio” e ho gettato i miei pensieri e le mie paure su un centinaio di righe bianche. Mi sono messo a scrivere, che, garantisco, mi riesce meglio di fare l’estraneo.

La penna blu suggeriva a quei fogli pallidi:

“Bell’estraneo mio,

un’ora fa ti hanno chiamato in questo modo durante un diverbio, uno scontro con qualcuno che forse non conosci neppure tanto bene, non ricordi chi sia. Forse un passante o il tuo migliore amico. E adesso quindi ti senti estraneo come si sentirebbe estraneo un canguro in Amazzonia, un pinguino nel deserto, un dromedario al Polo Nord, un gabbiano sull’Everest, un’aquila su una spiaggia caraibica, un pesce fuor d’acqua. Ti senti estraneo come le macchine a Venezia, come la marmellata sulla pasta. Ti senti estraneo come i bambini in mezzo ai fucili, ti senti estraneo come i nonni e la tecnologia, ti senti come Francesco Totti si sentirebbe estraneo con la maglia della Lazio e Alessandro Del Piero con quella dell’Inter.

Ti senti estraneo forse perché non ti trovi nel tuo Paese? Ti senti estraneo perché hai la pelle latte, carbone, canarino e viceversa? Ti senti estraneo perché parli un’altra lingua? O forse perché le tue orecchie sono abituate ad altri suoni? Ti senti estraneo perché fuori dal finestrino non guardi più gli stessi alberi e le stesse case? Ti senti estraneo perché i palazzi qui sono più alti e i prati meno verdi? Ti senti estraneo perché qui piove di più? Ti senti estraneo perché c’è meno sole? O ti senti estraneo perché sei semplicemente fuori casa?

No, niente di tutto questo. Bello mio, è vero, ti trovi in un Paese non tuo, ma non è questo il problema, ti senti estraneo solo perché ti ci fanno sentire. Non sei propriamente a tuo agio e ti fanno percepire tutto il tuo disagio.

Ricordi, negli anni del Liceo, avevi studiato quella frase di quel poeta latino. Com’è che si chiamava?

Forse Publio Terenzio Afro, sì era lui. Scrisse: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto“, che letteralmente significa: “Sono un essere umano, niente di ciò che è umano ritengo estraneo a me.”

Ha proprio ragione, quanta verità!

Ho sprecato sessanta minuti a crearmi paranoie inutili, a scrivere pagine su pagine, a sentirmi estraneo, per poi rendermi conto che il mondo mi è estraneo come sono estraneo io a un foglio bianco. E ho scritto più di cento pagine.

Io sono forse uno straniero in questo Paese, non sono nato qui, ci sono arrivato attraversando fiumi laghi e mari, camminando per valli e pianure, scendendo colline e salendo montagne. Sono straniero perché sono un uomo e ogni uomo è uno straniero. Anche il turista o il paleontologo di questo Paese se andassero a casa mia diventerebbero stranieri.

A volte ho nostalgia di casa, ne ho avuta oggi da mezzogiorno all’una e un quarto, però poi mi rendo conto che non ne ho motivo. Incredibile ma vero, anche in questo paese il cielo è azzurro, gli uccelli cantano, i fiori colorano i prati a primavera, il polline fa starnutire …proprio come nel mio!

E la gente si comporta in maniera identica perché mangia, ride, scrive, lavora, beve, dorme. Anche se hanno provato a farmi sentire estraneo, sento questo Paese molto vicino al mio. Ancora non mi sono trasformato in un gatto, né in un marziano. Mi hanno definito estraneo, ma mi sento ancora un essere umano, un cittadino del mondo.

E in questo Paese, nel mio o in quello di altri, non smetterò mai di sentirmi estraneo all’estraneità stessa. Andrò avanti e tornerò indietro, mangerò ancora cibi deliziosi, come la pizza il sabato sera, berrò il latte coi biscotti al mattino, lo champagne alle feste. Mi fermerò, ascolterò, guarderò il sole e le sue debolezze, le farfalle e le loro ali, il cielo e le sue paure, il mare e le sue voglie, gli alberi e le loro altezze e anche gli uccelli prima di un temporale.

In questo momento i sette colori dell’arcobaleno mi suggeriscono una promessa.

Non mi sentirò mai più estraneo, solo straordinario.

Giada Rubino

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Fuga

 

Se fossi stata cieca, quella mattina, avrei imparato a vedere. Se fossi stata sorda, quella mattina, avrei imparato ad udire. Se fossi stata muta, quella mattina, avrei imparato a parlare. Io, Xena, fui esiliata dalla tribù dei Marek per aver ucciso il loro comandante: Alia. Io non me ne faccio una colpa, non mi sentii in colpa nemmeno quando lasciai mia madre da sola. Io la uccisi, ne sono ben consapevole, ma lo feci per il bene del mio popolo: lei, Alia, aveva intenzione di tradirci, buttarci negli antri più remoti della sua mente e del mondo, dopo averci derubato di tutte le nostre ricchezze e delle vite più innocenti, per poi scappare, seguita dalla sua ombra e nient’altro più. Mi commossi solo quella mattina. Era l’alba e sentivo le loro grida, vedevo il fumo, urlavo aiuto; vedevo tutti, e dico tutti, i volti familiari che trasudavano paura, che anelavano prima della morte. Era colpa mia? No. Lo dico ancora adesso. No. Lo urlo ancora adesso. No!. Erano stati attaccati dalle truppe della tribù Queya, derubate da Alia. Io non potevo saperlo, non potevo sapere che lei teneva proprio sotto il suo trono, dove la uccisi, in una stanza segreta, i loro beni e le loro provviste. Se fosse scappata, noi saremmo riusciti a riprendere tutto, in un’alleanza con i Queya, ma io non glielo permisi; io le permisi solo una parola prima di morire: “scappa” mi disse. Scappa. Lei sapeva che se non avesse vinto lei, avremmo perso noi… e così fu. Seguii il suo consiglio solo perché se avessi aspettato l’esilio ufficiale sarei dovuta partire senza armi né cibo; ne valeva della mia sopravvivenza. Scappata tra le ore quattro e zero due minuti e le quattro e zero sette minuti del mattino, mi rifugiai in una piccola caverna, una stanza sotterranea, nel bosco.

Iniziò la mia vita da eremita. La mattina mi svegliavo, prendevo dei pezzi di carne cacciata e cotta il giorno prima e partivo per un viaggio alla ricerca di cibo, fino alla sera in cui rientravo nella caverna e dormivo tra le pellicce sporche. Dopo l’attacco dei Queya pareva che ogni villaggio fosse stato distrutto, ed era effettivamente così. Solo il secondo mese di esilio decisi di visitare i villaggi che conoscevo. Trovai Kai, ma era cenere nel cielo livido, era polvere l’anima, nel corpo delle persone; così per gli altri villaggi: Azra, Kera, Hotari e molti altri. Ero sola. La mattina dopo aver visitato l’ultimo villaggio distrutto mi arresi. Uscii dalla caverna mentre l’odore di terra bagnata si faceva più forte e gli alberi si piegavano sotto il vento; correvo sotto la pioggia e piangevo per nascondere soltanto a me stessa le lacrime. Giunsi alla riva ciottolosa del fiume Nivara e lì presi la lama, tagliai l’arteria radiale. Abbandonai me stessa nell’acqua, guardando il riflesso degli alberi e un raggio di luce scappare dalle nuvole nere. Era finita? Finiva davvero così la mia storia? Si, se solo un uomo che si trovava nei paraggi avesse pensato a se stesso. Ripresi i sensi risvegliandomi nella mia caverna; pensavo fosse tutto un sogno ma notai le bande sugli avambracci e capii. Girai la testa verso l’entrata e lo vidi, seduto a guardare il cielo. Non mi fidavo di lui e decisi di avvicinarmi con un bastone (che nascondevo per le emergenze sotto al letto) e lo colpii diritto alla nuca, senza esitare. Lo legai ad una sedia e gli chiesi di tutto. Si chiamava Ethan, era fuggito da un villaggio che stava per essere distrutto dalle mani di una tribù oscura, la cui verità d’origine è confessata solo al diavolo.

Lui viveva proprio come me, ma sugli alberi. Mi osservava da tempo e capì che io avevo bisogno di aiuto, come lui ne aveva bisogno da me: era ferito ad un braccio e sarebbe morto molto facilmente non potendosi arrampicare sugli alberi. Dovevo aiutarlo, lui doveva aiutare me. Passarono mesi ed il nostro rapporto era di totale fiducia e cacciavamo insieme, vivevamo insieme, mangiavamo insieme. Ah, c’innamorammo, ovviamente. Io di lui, lui di me. Anni passarono e kilometri percorremmo insieme, inseguendo la vita. Non sto qui a raccontarvi i minimi particolari di ogni viaggio ma vi dico che la trovammo, la civiltà. A due kilometri ovest da dove stabilimmo le tende c’era un piccolo villaggio con donne, bambini e contadini. Ethan era così eccitato da tale scoperta, aspettava una vita per quella. Io invece non aspettavo, io vivevo con Ethan. Non potevo pregarlo di rimanere con me, lo avrei obbligato a vivere una vita insoddisfatta. Scappai la notte ma rimasi nei paraggi. La mattina sentii le sue urla: “Xena! Xena, dove sei? Io non me ne vado se prima non so che sei al sicuro. Hai capito?!?!”. Mi scese una lacrima. Gli feci capire di star bene lanciando una freccia di fianco a lui, e me ne andai. Ritornai alla mia vita, maledetta e sola. Era per me famiglia, mi riconoscevo in lui, ma lui no. I villaggi mi sono estranei, nelle leggi non trovo sicurezza e nel parlare con persone che vivono nella comodità della vita non mi sento soddisfatta. Io, Xena, esiliata dalla non più esistente tribù dei Marek, ma scappata per scelta, decido ora e per sempre che io stessa mi basto e urlo alla marea, alla foresta e alla vita che sono in grado di camminare, e di correre, con le mie stesse gambe e con la mia stessa mente, ora e per sempre.

Simona Falco

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La nostalgia per il mio paese

 

Mi chiamo Kiran e ho sedici anni, vivo a Borgo Vodice e vado a scuola a Sabaudia.

Sono venuta in Italia quando avevo sei anni e in quel periodo, non sapevo nemmeno che ci fossero altri paesi tranne l’India. Il giorno della partenza non sapevo dove dovessi andare e in aereo insieme a mia madre mi sono sentita male: era per la prima volta che viaggiavo in aereo, avevo la febbre tanto che mi sono sdraiata per terra e mia madre non sapeva cosa fare.

Arrivata in Italia tutto mi sembrava strano e nuovo: ho visto edifici e negozi grandissimi, la città piena di luci e poi davanti a me ho trovato una persona sconosciuta: era mio padre lo rivedevo dopo sei anni ed era la prima volta che lo incontravo perchè era in Italia a causa del lavoro e io avevo difficoltà a chiamarlo “papà” perchè non sapevo nemmeno cosa significasse questa parola. In India non avevo mai sentito la sua mancanza, stavo con mio zio che per me era ancora più importante di mia madre.

I primi giorni mi sono sentita malissimo: piangevo e urlavo perchè volevo tornare in India da mio zio, nel mio paese. Ero una persona allegra, ero un “maschiaccio”, ma poi sono cambiata totalmente e mi sono chiusa in me stessa. Tutto intorno a me era bello, diverso, ma non mi sentivo a casa. Ho instaurato nuove amicizie ed ho iniziato ad andare scuola.

Il primo giorno mi sentivo come morta: non riuscivo a capire dove e come mi trovassi. Piano piano ho cominciato a capire qualche parola, tra insulti e offese all’inizio, ho provato cambiare loro idea, ho fatto capire che anche una straniera ha un cuore e può essere amica degli Italiani. A poco a poco le cose sono cambiate, ancora di più mi sono concentrata sullo studio, nell’impegno a scuola e trascorrevo tanto tempo a scuola con le mie nuove amiche Italiane. Ho iniziato a parlare Italiano: è stato difficile e lo è ancora, ma è una lingua che mi è sempre piaciuta, perchè dopo l’Indiano è la seconda lingua che ho imparato prima delle altre. Ogni volta che tornavo a casa, in pullman guardavo fuori dal finestrino e pensavo all’India e mi mancava sempre di più.

Sono ritornata in India due volte, ma per un breve periodo: la prima volta dopo due anni, la seconda dopo otto anni. È stato molto strano ritornare in India, tutto era cambiato, le persone erano le stesse, ma il loro pensiero e amore per me non era più lo stesso. Però l’India per me era rimasta la stessa: era sempre come l’avevo lasciata, ma purtroppo ero cambiata io, ero cresciuta e adesso capivo anche i motivi per i quali ogni straniero lascia il proprio paese: a causa della povertà, a causa dell’agricoltura e molte altre ragioni. Ho capito che l’Italia rispetto all’India è migliore, ma non so perchè: mi manca il mio paese, per me l’India è tutto allo stesso tempo mi piace tanto l’Italia e vorrei un giorno vedere anche l’India allo stesso livello dell’Italia e non vorrei che altri stranieri come me dovessero lasciare ancora il loro paese e avere dentro di sè quella nostalgia che resterà per sempre.

Adesso mi piace stare più in Italia che in India, conosco più cose dell’Italia e Italiani rispetto all’India. Vorrei sempre realizzare il mio sogno: vedere un giorno l’India nelle stesse condizioni di altri paesi dove si vive bene e vorrei togliere quella nostalgia dentro di me, vorrei andare nel mio paese, vorrei correre nei prati, terreni, vorrei giocare con la terra del mio paese; che ha un profumo che mi dà vita, vorrei giocare e parlare con mio zio, vorrei scherzare con tutti come facevo da bambina per attirare l’attenzione ed avere il loro tempo e amore per me, vorrei farmi male come facevo quando andavo dalle mucche e salivo sopra di loro pensando che fossero cavalli… vorrei andare in quel paese dove sono nata e se un giorno fosse l’ultimo momento/giorno della mia vita vorrei morire nel mio paese, in India perchè è quella che mi ha dato una vita bellissima ed io sento di averla tradita perchè l’ho abbandonata. Vorrei essere orgogliosa dell’India come oggi lo sono dell’Italia.

Kaur Kirandeep

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Sono reduce da una giornata con le amiche passata un po’ controvoglia

 

Sono reduce da una giornata con le amiche passata un po’ controvoglia. Mi capita cosi di ritrovarmi in una calda sera d’estate a tormentarmi con un pensiero insistente che non mi permette di distogliere l’attenzione dal fatto che ad oggi molte cose sono cambiate, prendo una coperta e mi sdraio sul morbido prato che mi fa solletico un po’ qua e là, alzo la testa e mi perdo nel bellissimo cielo stellato che mi ritrovo a guardare. Forse sono poche le persone che si fermano a riflettere cosi profondamente, a riempirsi di paranoie e domande proprio come sto facendo io in questo momento. C’è un gruppo di stelle che mi fa venire in mente le persone che non seguono mai la propria strada e i propri pensieri, ma preferiscono seguire la massa e poi poco più in là, c’è una sola stella, forse la più luminosa ai miei occhi che mi dà l’idea di rarità quella che ad oggi purtroppo si vede di rado. Sono tanti i pensieri che mi tormentano, ma ce n’è uno che non ha proprio intenzione di lasciare la mia mente: Perché viviamo in un mondo dove ci sono un sacco di persone che si ritengono donne quando invece non lo sono, che usano questa parola con superficialità, senza dargli il giusto peso e senza chiedersi cosa voglia dire esserlo veramente. Perché ci sono persone che si sentono in dovere di giudicare qualcuno solo perché magari non ha lo stesso sangue dei suoi genitori o perché non la pensa semplicemente come tutti. Sapete, vivo nel mio bel paese ma purtroppo non me ne sento completamente parte. Penso che forse quella sbagliata sono io, che sono una delle poche che ragiona diversamente, ma ora, vedendo quella costellazione mi fermo a riflettere a quel gruppo di stelle messe a confronto con quell’unico pallino luminoso ed è lì che capisco che quel puntino sono io. Mi rattristo e rabbrividisco al pensiero che ad oggi la maggior parte degli adolescenti per sentirsi parte di una comitiva sentano di avere il bisogno di seguire la moda del bere o del fumare, che non sanno cosa voglia dire amare, ma farlo per davvero, perché amare non è postare continuamente foto sui social per rendere la cosa pubblica, amare non è il volere a tutti i costi una persona vicino perché se ne sente il bisogno, amare è tutt’altro, ci sono molte spiegazioni per definire cosa sia l’amore, ma di certo amare è più di questo. Nel pensare, la cosa che mi dispiace più di tutte è che mi rendo conto che le ragazze di oggi perdono i propri valori per veramente poco, e mi amareggia ancora di più vedere come loro se ne vantino e come pensino questa sia una cosa bella. I pensieri si susseguono uno dopo l’altro, sono talmente forti che mi fanno alzare di scatto e subito dopo mi costringono a sedermi di nuovo a terra a causa di un grande peso che sento nel petto. Provo a rilassarmi, ma niente, nella mia testa vagano ancora mille domande. Sono talmente stanca che poco dopo mi ritrovo ad addormentarmi sotto il bellissimo cielo stellato senza neanche rendermene conto.

Sono a fare una passeggiata nel parco del paese, quando vedo in lontananza un gruppo di ragazze che avranno si e no 16 anni. Presa dalla curiosità di non so cosa, decido di avvicinarmi un po’ di più per vedere e sentire meglio quello che sta succedendo, mi siedo su una panchina e resto lì immobile, ferma, tutto il resto sparisce e rimane solo quella comitiva di amici. Hanno tutti lo stesso atteggiamento, gli stessi vestiti, gli stessi modi di fare e di parlare, tranne una ragazza che se ne sta seduta vicino a loro ma che non dice nemmeno una parola e che sembra pensare a qualche altra cosa, e dalla sua faccia, oserei dire che sta riflettendo su qualcosa che non la mette di buon umore. Sono trascorsi più o meno dieci minuti, passati a sentire solo parolacce o a vedere cose veramente brutte, e decido così di andarmene, ma non appena mi alzo sento parlare la ragazza che prima stava in silenzio e torno così a sedermi lentamente per vedere quello che sta facendo. Scopro che si chiama Selene, ha una ciocca di capelli davanti gli occhi, la sposta, lentamente e poi pian piano si alza. ”Provo un po’ di schifo nel sentire i vostri discorsi, siete miei amici, vi voglio bene e lo sapete, ma vi devo dire che siete monotoni, tutti uguali, tutti stupidi adolescenti con gli ormoni a mille, parlate a vanvera e non date il giusto peso alle parole e soprattutto ai fatti, ve ne fregate delle cose serie e vi sentite grandi a fumare o bere, fate a gara a chi perde per primo la verginità e ve ne vantate come se fosse una cosa da nulla, volete e vi sentite in dovere di frequentare persone più grandi solo per sentirvi tali. Sapete solo parlare e giudicare, giudicare persone che nemmeno conoscete, criticare chi come me non vive con la sua vera famiglia o che semplicemente viene da un’altra città. Fate ciò che volete, io vi dico solo che mentre voi vi sentite superiori, io vi vedo come un mucchio di ragazzi che si diverte a fare le solite cose che fanno tutti. Ecco, appunto, lo fanno tutti e non c’è un minimo di sorpresa” Rimango a fissare Selene che sembra essersi liberata di un peso che portava dentro già da tempo, sono stupita, mi rivedo molto nel suo carattere e non cambierei una virgola di ciò che ha appena detto. Una sua amica biascica con qualcosa, ma parla talmente a bassa voce che non riesco a capire cosa dice, Selene sembra sbuffare, sta per aprire bocca, forse per dire qualcosa, ma purtroppo non saprò mai cosa aveva da dire perché mi sveglio di soprassalto e mi maledico per non essere riuscito a finire il sogno. Faccio dei lunghi respiri e poi inizio a ripensare a quello che è appena successo, penso a Selene, alla sua diversità e soprattutto rifletto sul suo discorso.

È domenica mattina e decido di dare una sistemata alla mia disordinata cameretta, sto sistemando dei fogli, quando per puro caso, trovo una lettera che scrissi qualche anno fa.

 

Cari Mamma e Papà,

Sono Ginevra, sapete, vostra figlia, quella bambina innocente che dopo pochi mesi dalla sua nascita è stata abbandonata. Ora che vi sto scrivendo ho 18 anni ed è passato già molto tempo da quando mi è stato detto di essere stata adottata. Dovete sapere che da quel giorno mi sono fatta un sacco di domande a cui mi piacerebbe avere delle risposte: Perché mi avete abbandonata? Non vi siete sentiti un po’ in colpa per il gesto compiuto? Lo rimpiangete? Mi pensate mai o sono solo una cosa non voluta e da dimenticare? Sapete quando avete deciso di portarmi in casa famiglia dopo pochi anni sono stata accolta da delle persone stupende. Loro ad oggi sono la mia famiglia, quella che mi è mancata nei primi anni di vita, quella che avrei dovuto avere con voi ma che non ho vissuto, ma va bene cosi, con il tempo ho capito che se mi avete abbandonata forse non mi meritavate. Vivo con due genitori fantastici, ho una sorella tre anni più piccola con cui ho un rapporto bellissimo, loro per me sono la cosa più importante della mia vita. Cari Papà e Mamma, avrei tanto voluto avere una famiglia “normale”. Io sento di non essere nel mio posto e nonostante tutto mi piacerebbe sapere chi siete.

Un saluto, Ginevra, vostra figlia.

Ricordo di quando scrissi questa lettera, ancora non assimilavo bene l’accaduto. Alcune lacrime mi rigano il viso, mi viene in mente una cosa e capisco che la Selene del sogno ero io!

Alla fine di questa giornata vorrei dire a tutti gli adolescenti, ma in particolar modo alle ragazze di essere se stesse, di non seguire la moda solo perché fa figo, di non aver paura di parlare, di piangere e di tirare fuori quello che avete dentro, non abbiate paura di essere diverse, di non avere gli stessi gusti dei vostri coetanei, non preoccupatevi di rimanere sole, siate fiere di ciò che siete, delle vostre particolarità, dei vostri pregi e anche dei difetti, anche di quelli più odiosi, conservate i valori e non buttateli all’aria come fossero coriandoli perché capirete che non c’è niente di più bello del vedere una donna, ma quella con la D maiuscola. E agli uomini, siate meno stupidi, una donna va amata, va corteggiata sempre, non va messa da parte, non va presa in giro, non fate i cretini, non traditela e non fatele del male, amatele queste benedette donne, vi renderete conto che una donna è in grado di stravolgervi la vita. E poi a tutti, specialmente agli adolescenti: uscite, divertitevi, ballate e cantate a squarciagola fino a perdere la voce, fate le pazzie, ma quelle che vi faranno spuntare il sorriso al loro ricordo, trovate l’amore, quello vero e poi tenetevelo stretto, non vi accontentate solo per paura di non riuscire avere qualcosa di meglio, credete in quello che fate, abbiate sempre un sogno e un obbiettivo e non mollate mai. Date il giusto peso alle cattiverie che la gente vi dice, se giudicano lasciateli parlare. Non sentitevi sbagliate, il vostro posto lo troverete anche voi, basta cercare. Ricordatevi che dentro ognuna di voi c’è una donna, speciale, unica, diversa e rara.

Ilaria Rufo

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Libera tra le stelle

 

Infilò la sua giacca e uscì di casa, non prima di aver avvertito sua madre. Chiuse la porta alle sue spalle, guardandosi attorno. Si coprii per bene, si incamminò, con le mani nelle tasche della giacca. La sera era l’unico momento in cui poteva stare tranquilla; niente urla, niente pianti, niente soldati in giro a perlustrare la zona, il che le permetteva di uscire senza la paura di essere violata, come era successo alla bambina che abitava poco distante da casa sua. Le avevano detto che lei e la sua famiglia sarebbero dovuti rimanere lì, assieme a quelli come loro. Non capiva. Lo domandò a sua madre, il giorno stesso di quel trasferimento, e lei rispose che erano Ebrei, che li consideravano diversi dal resto del mondo. Continuò a non capire. Iniziò a pensare: lei era ebrea, ma esattamente, che aveva di diverso dalla sua vecchia compagna di banco? Il colore dei capelli? La forma degli occhi o del naso? No, semplicemente, era ebrea, e ciò bastava per essere considerato diversa, un rifiuto, uno scarto dell’umanità. Continuò a camminare per le strade sporche, chiedendosi perché l’umanità fosse arrivata a tanto. Il professor Becker, le diceva sempre di non ascoltare le parole di nessuno, che doveva sapere lei stessa chi fosse. Lo faceva. Quando un soldato le si avvicinava per insultarla, restava semplicemente a testa bassa, pensando ai complimenti che sua madre le faceva, per poi riprendere quello che stava facendo…una volta che quella sottospecie di essere umano se ne andava. In un mese di permanenza in quel ghetto, si era fatta tante, troppe domande, e solo a poche era riuscita a trovare delle risposte. “Come potevano far loro questo?” Vedeva soldati picchiare, fino allo svenimento, bambini e anziani, per i più futili dei motivi. Lei era riuscita a non finire sotto le loro mani anche perché uno dei soldati l’aveva presa in simpatia. Era al “sicuro”, per il momento. “Avevano una coscienza?” Cosa raccontavano alle loro famiglie la sera, a cena? “Beh, oggi ho picchiato a sangue un bambino ebreo perché mi ha pestato un piede mentre correva.” E le loro famiglie come reagivano a ciò? Probabilmente, non dicevano nulla; gli ebrei erano da eliminare, a qualunque costo e con qualunque mezzo.

Alzò lo sguardo al cielo, guardando le stelle; quella sera, si vedevano bene. Le guardava spesso, le facevano sognare di essere libera. A volte, e capitava di parlare con loro. “Presto spiccherai il volo. Sarai libera.” Questo dicevano, e lei credeva alle loro parole. Tornò a guardare la strada, camminando verso la meta iniziale. Arrivò, cinque minuti dopo, sull’unico pezzo di prato presente nel ghetto. Si guardò attorno, non vedeva ancora nessuno. Sospirò, portando le mani davanti la bocca, alitando su di esse per avere un po’ di calore. Poi si accorse di due mani che le coprivano gli occhi. Sussultò, spaventata, tastandole alla cieca. Sbuffò, divertita. “Sei molto divertente, Abel”. Lo sentì ridacchiare: lui le tolse le mani dagli occhi, permettendole nuovamente di vedere. Si voltò a guardarlo, scorse il suo sorriso. Le sue braccia le circondarono la vita e le fece poggiare la testa sul proprio petto. Lei sorrise, ricambiando quella stretta e chiudendo gli occhi. Si sarebbe goduta quell’abbraccio fino all’ultimo secondo, pensò.

“Le ho portate” sussurrò al suo orecchio il ragazzo, accarezzandole i capelli. Lei annuì appena, stringendo la sua maglietta tra le mani. Lui posò le mani sulle spalle, staccandola dal proprio petto. La guardò negli occhi, serio. “Se non vuoi, non lo facciamo” sussurrò ancora, portando una mano sulla sua guancia, accarezzandola. Scosse un poco la testa, in risposta, e poggiò la guancia sulla sua mano, ricambiando lo sguardo. “Se non sarà ora, succederà nel campo” mormorò. Lo aveva scoperto pochi giorni prima. Mentre tornava a casa dal suo lavoro, aveva sentito dei soldati parlare di quando li avrebbero portato tutti nel campo di sterminio di Birkenau. Lo aveva detto a Abel la sera stessa. Parlarono a lungo… alla fine, prese la decisione… farla finita prima della deportazione, prima che le togliessero la sua identità, prima di vedere morti innocenti, prima di desiderare la morte. Il ragazzo fece di tutto per farle cambiare idea: avrebbero affrontato anche quello, insieme. Non sarebbe stato possibile; le donne e gli uomini “vivevano” separati. Alla fine, decise: lo avrebbe fatto anche lui, l’avrebbe seguita. Tirò fuori dalla tasca due boccette di cianuro di potassio. La ragazza lo guardò, sorpresa, schiudendo leggermente le labbra. “Come hai fatto ad averle?”, domandò. Il cianuro era custodito dai soldati nelle loro infermerie e lo somministravano agli ebrei malati. “Sai che sono sempre stato bravo a intrufolarmi ovunque. Ho approfittato di un momento di distrazione e le ho prese. Sarà anche indolore”. Le porse la boccetta, che afferró, annuendo. Abel si sedette sull’erba bagnata, alzando la testa verso di lei, facendole segno di sedersi al suo fianco. Poggiò poi la testa sulla spalla di Abel, intrecció le dita alle sue e chiuse gli occhi. Restarono così per svariati minuti, poi, lei alzò la testa e guardò il ragazzo al suo fianco. Mezz’ora; quello era il tempo, trascorso il quale, i loro cuori avrebbero smesso di battere. Aprì la boccetta e ne ingerii il contenuto: un sapore amaro pervase la bocca. Quando si voltò verso Abel, lui stava facendo lo stesso. Poggiò il contenitore, ormai vuoto, a terra, stringendo nuovamente la mano del suo ragazzo per la seconda volta, e quella sarebbe stata l’ultima. Si sdraió sull’erba: guardó le stelle e rise alle battute di Abel. Non sapeva quanti minuti fossero passati, non voleva saperlo. Si voltó sul fianco ed Abel fece lo stesso. Le spostó una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Vi fu il tempo per un ultimo e dolce bacio. Lei chiuse gli occhi, continuando a stringere la sua mano. Non si era arresa. Quella non era la fine, ma un nuovo inizio. Voleva solamente che la gente la ricordasse come Gretel Weber, e non come il numero che sarebbe diventata a Birkenau. Quando sentí le forze abbandonarla, poggiò la testa nell’incavo del collo di Abel che portò le braccia a stringerle schiena in un ultimo abbraccio. Chiusero gli occhi, definitivamente. Le stelle avevano ragione: aveva spiccato il volo. Era libera.

Gioia Persechino

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Il mio nome è Elysa

 

Il mio nome è Elysa, ho ventisette anni e ho finito da circa otto anni gli studi. Non ho una grande stima di me stessa. Sono alta e magra, già questo mi basta. Mi ritengo una ragazza normale, come tutte le altre. La mia famiglia è composta da 4 persone: io, mia madre Debora, mio padre Francesco e mio fratello gemello Luca. Con i miei genitori avevo un bel rapporto, anche se litigavamo sei giorni su sette. I litigi nascevano per ragioni a mio avviso sciocche. Ad esempio, un brutto voto a scuola, l’orario di rientro la sera o persone che frequentavo. Ma nonostante questo volevo loro bene. Con mio fratello invece avevo un rapporto completamente diverso. Lui era il mio migliore amico, il mio amore, il mio eroe, insomma, il mio tutto. Siamo sempre stati in classe insieme, anche al liceo abbiamo scelto lo stesso corso da seguire, proprio per non dividerci. Eravamo una cosa sola. Tutto mi è caduto addosso quando un giorno mi presentò una ragazza, la sua ragazza. Io non ne sapevo nulla e da quel momento ci siamo allontanati. La sera lui usciva con lei, non dormivamo più insieme e non gli raccontavo nulla delle cose che mi succedevano. Un giorno lui mi diede alcune spiegazioni che non capii affatto, ma lo perdonai comunque. Nonostante ciò, decisi di trovarmi un’occupazione e iniziai a cercare lavoro. Misi fogli ovunque: sui muri, sugli alberi, anche incastrati tra i tergicristalli delle macchine. Insomma, mi sono data da fare. Dopo alcune settimane, mi arrivò una chiamata da parte di un pub che avrebbe aperto dopo pochi giorni e che stava cercando personale. Ne parlai con i miei genitori e acconsentirono che io accettassi. Così, dopo aver svolto un veloce colloquio con il proprietario del locale, iniziai il lavoro come cameriera. Avevo lavorato in precedenza in un bar, quindi ero abbastanza tranquilla. Nel frattempo, mio fratello mi disse che anche lui aveva trovato lavoro come dog-sitter da una signora che mancava da casa più di quattro ore tutti i giorni e cercava un/a ragazzo/a che facesse compagnia e che portasse a spasso il suo cagnolino. Mi sembra fosse un barboncino. Ero molto contenta per lui ed anche lui per me, anche perché così facendo non dovevamo più chiedere soldi ai nostri genitori per qualsiasi cosa. I primi giorni di lavoro furono abbastanza stressanti, ed era normale essendo un lavoro notturno. Nel frattempo, feci amicizia con molti ragazzi che lavoravano lì. Mi trovai benissimo con una ragazza di nome Allyson e per fortuna avevamo i turni in comune. Andavo d’accordo con tutti e capitava anche che di giorno uscissimo insieme. Solo un ragazzo m’incuriosì. Si chiamava Bryan, era di colore, moro, alto e stava sempre sulle sue. Parlando con Allyson mi disse che non era italiano e i suoi genitori provenivano dal Brasile. Lui, però, era nato qui. Era simpatico sì, ma non molto socievole. Una sera Allyson non venne a lavoro e così coprì il suo turno proprio lui. In quel giorno ci avvicinammo molto, lui era molto carino con me e conoscendolo capii che era solamente riservato. La mattina seguente Allyson mi contattò dicendomi che si era licenziata poiché sua madre si era gravemente ammalata, e così il suo turno fu assegnato a Bryan. Con lui instaurai un rapporto bellissimo finché dopo più di un anno di lavoro sentii che provavo dei sentimenti diversi dalla semplice amicizia. Quando decisi di parlargliene, lui mi disse che ricambiava già da un po’ di tempo e così ci mettemmo insieme. Ci vollero circa 4 giorni per rendere il tutto ufficiale. Tornata a casa ne parlai a mio fratello che non si mostrò molto felice nel sapere che era di colore. Sinceramente era un problema che non mi ero posta. Dopo 6 mesi che eravamo fidanzati, decisi di farlo conoscere alla mia famiglia invitandolo a cena, anche perché il nostro rapporto stava diventando serio. Quella sera eravamo tutti molto eccitati. Quando arrivò, gli aprii la porta d’ingresso, e appena i miei genitori lo videro, rimasero immobili, lo salutarono a mezza bocca e si avviarono verso la sala da pranzo. Tutta la sera trascorse così, totale silenzio in un’atmosfera imbarazzante. Io rimasi veramente allibita dal comportamento dei miei genitori, non capendone il motivo. Quando la serata finì e lui se ne andò con tristezza, chiesi subito loro spiegazioni. La prima cosa che disse mio padre fu: “È nero”. Restai talmente sbalordita che andai a letto senza rivolgere la parola a nessuno. Il mattino seguente mio fratello mi parlò e cercò di spiegarmi le varie motivazioni del comportamento dei miei genitori. Mi disse che loro per me avevano immaginato un futuro diverso, perché pensavano che un ragazzo straniero non avesse potuto offrirmi lo stesso futuro che loro avevano sognato per me. Io non li ascoltai, e continuai a vivere la mia storia. Dopo ben 3 anni di fidanzamento, questa divenne ormai ufficiale, nonostante i miei genitori ne erano consapevoli. Solo che dopo quella famosa cena non lo videro più e noi c’incontravamo tutti i giorni a casa di lui. Conobbi i suoi genitori, persone umili tanto che pur venendo a conoscenza del comportamento dei miei, restarono indifferenti ed accettarono il nostro legame. Anche se erano più di 17 anni che si erano trasferiti in Italia, e avevano acquisito le nostre usanze, loro si sentivano sempre e comunque estranei, soprattutto per l’atteggiamento delle persone nei loro confronti. Mio fratello invece cercò di conoscere bene Bryan, infatti, dopo poco tempo, divennero molto amici, tanto che capitava di uscire in 4. Mio padre non mi parlava più e mia madre tentava di convincermi a chiudere questa storia, ma io non la ascoltavo. Quando un giorno, rientrando a casa da una serata con Bryan, mi resi conto che vivevo in una realtà soffocante, dove nessuno mi parlava tranne mio fratello, in cui non regnava più affetto ormai da tempo e nella quale mi sentivo estranea. Decisi quindi di andare a convivere con una persona che invece mi faceva sentire amata. Un giorno, senza parlare con i miei genitori, presi tre valigie e le riempii con tutte le mie cose. Le lacrime mi rigavano il viso, ma le asciugai facendomi forza. Presi tutto e mi fermai davanti al portone pronta per dire addio alla casa in cui avevo passato i momenti più belli e più brutti della mia vita. Bryan trovò un appartamento carino in città e mi diressi lì insieme a mio fratello. Quando arrivai ed aprii la porta lo trovai sorridente con le braccia aperte aspettando che io mi ci buttassi. Così feci. Incredibilmente il mio umore cambiò repentinamente. D’altronde lo amavo. La sera mi arrivarono tantissime chiamate da parte dei miei genitori, a cui io non risposi. Non volevo farmi rovinare quella bellissima giornata da loro. Dopo un anno di convivenza trovammo entrambi dei lavori più stabili: Bryan venne assunto in un negozio di capsule/cialde per macchine da caffè ed io in un supermercato. Non avevamo intenzione di sposarci, specialmente per i problemi che avevo io con la mia famiglia, ma nonostante questo stavamo cercando di crearne una noi. Di creare una persona che ci completasse definitivamente. In seguito, questa arrivò. Una bellissima bimba che decidemmo di chiamare Luna. Bellissima davvero, con la carnagione olivastra, gli occhi azzurri e i capelli riccissimi. Mio fratello mi aiutò molto durante la gravidanza, fu molto presente anche dopo. Dai miei genitori ricevetti solo un messaggio dopo il parto, dicendomi che volevano vedermi, di voler conoscere la loro nipotina e con l’occasione di provare a riavvicinarsi, visto che si erano resi conto dell’errore fatto perché mi vedevano felice e realizzata. Così un giorno decidemmo di andare nella mia vecchia casa. Quando arrivammo suonai la porta e appena vidi i miei genitori sentii il bisogno di abbracciarli, di stringerli tra le mie braccia. E così feci. Mi passarono davanti tutti i brutti momenti vissuti a causa loro, dalla prima volta in cui videro Bryan fino a quando me ne andai di casa, ma nonostante questo continuai ad abbracciarli sentendo del pentimento nelle loro parole. Infatti, subito dopo, abbracciarono anche lui. Durante la giornata Bryan e i miei genitori parlarono tanto come non avevano mai fatto, così da instaurare un rapporto normale come doveva essere. La sera venne anche mio fratello con la sua fidanzata Martina. Questa fu una delle serate più belle della mia vita sia per il riavvicinamento con i miei genitori ma soprattutto per la notizia che annunciò Luca: sarebbe diventato padre. Ora, ben 4 anni dopo quella famosa sera, io e Bryan aspettiamo il nostro terzo figlio e ci sposeremo a breve. Mio padre ha deciso di assumere Bryan nell’azienda di famiglia. Luca e Martina si sono sposati e aspettano il loro secondo bambino. Più felice di così non si può!

Asia Silvestre

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Estrangier

 

Fiumi di persone convergono verso l’entrata della stazione, tutti accomunati dalla medesima fretta e dal desiderio di raggiungere la propria destinazione nel minor tempo possibile. Non credo esistano luoghi più caotici e trafficati delle metropolitane. Un crogiolo di volti e di lingue, gente che strepita e spintona pur di passarti davanti mentre inevitabilmente la mano di qualche ladruncolo si insinua nelle borse e nelle tasche. Nonostante sia molto affollata, questo è il posto in cui mi sento più sola, isolata e impotente. Questo luogo mi ricorda ogni volta quanto le persone possano preoccuparsi soltanto dei propri interessi, ignorando volutamente ciò che temono possa danneggiare la loro tranquillità e il loro viaggio. Basta guardare come tutti sollevino lo sguardo dalla donna che chiede l’elemosina o come voltino il viso altrove quando passano di fronte ad un ragazzo che dorme, coperto di stracci, su una panchina. La gente opera sempre giudizi affrettati sugli individui che non conosce, ma mai come in una stazione. Tutti scrutano tutti, con l’unico obiettivo di sondare la loro interiorità e capire se possano essere pericolosi o meno, se qualcuno di loro possa essere un borseggiatore o pensi di farsi saltare in aria su una carrozza. E io qui, più che altrove, mi sento costantemente presa in esame. Cerco di mantenere un passo sicuro e fermo, di non fissare in modo troppo intenso sempre lo stesso punto e, quasi senza volerlo, tento pure di sembrare innocua e inoffensiva. Non dovrei preoccuparmi tanto, in fondo sono solo una donna che compie un gesto normalissimo. Eppure… eppure per me è così difficile. C’è stato un periodo in cui ho evitato di prendere la metro per andare al lavoro, piuttosto mi alzavo alle cinque del mattino e camminavo per un’ora. Poi ho capito quanto fossi sciocca, quanto mi fossi lasciata condizionare dagli sguardi e dalle parole altrui e decisi di smetterla con quell’atteggiamento infantile. Ciò nonostante, non sono mai stata in grado di farci l’abitudine e percepisco lo stomaco aggrovigliarsi dall’ansia ogni volta che metto piede su un vagone. Ed è proprio quello che sta succedendo in questo momento, respiro mozzato e capo basso mentre afferro la sbarra di metallo per aiutarmi a salire.

Alzo la testa per vedere se c’è qualche posto libero, ma sono tutti occupati. Il mio silenzioso processo ha inizio: quasi tutti gli occhi dei passeggeri sono posati su di me. Mi stanno analizzando, denudando come se fossi su un tavolo operatorio e dopo pochi secondi ciascuno di loro mi ha giudicata, ha formulato un’ipotesi su di me, su ciò che sono o ciò che potrei fare. Noto un paio di visi contorcersi in smorfie e una donna, che mi osserva particolarmente sospettosa e preoccupata, si avvicina al grembo una bambina addormentata di fianco a lei. Qualcuno potrebbe affermare che le impressioni di disprezzo o timore che scorgo su questi volti siano solo frutto della mia immaginazione, magari provocati da una carenza di autostima, ma non è così, so che sono reali. Ormai ho capito cosa pensa la gente e come reagisce in mia presenza. Perché si comportano in questo modo? È inutile che mi ponga di nuovo questo quesito, illudendomi che la risposta possa cambiare. Sono anni che mi sono resa conto di quale sia il problema: sono semplicemente nera.

Ecco il dilemma, comune a molti, ma diverso per ciascuno. Sembra ridicolo che qualcosa che è naturalmente parte di me mi renda in qualche modo differente agli occhi degli altri, quasi fossi un animale selvatico. Sembra assurdo che un tratto somatico come questo possa creare disagio, eppure è così. Lo è per me e per decine di altre persone che vivono in una pelle come la mia. Sono consapevole dei pensieri di chi mi circonda in questo momento. Sono nera e di conseguenza sono pericolosa, potrei derubarli, sono sicuramente ubriaca, probabilmente drogata, non mi lavo e puzzo, sono portatrice di malattie e non ho pagato il biglietto del treno. Queste sono le prime cose che saltano alla mente quando un nero sale su un treno. È come un meccanismo automatico, delle idee causate da pregiudizi talmente radicati ed endemici che non ha alcuna importanza controllare se corrispondano alla verità. Si dà per scontato che le ipotesi iniziali siano vere, si convincono che io sia tutte quelle cose e allora divento una nemica, qualcuno che potrebbe danneggiarli. È terribile, dilaniante, essere reputati qualcosa che non si è. I loro sguardi, alcuni timorosi, altri superbi, stanno seguendo i miei movimenti. Ed è già un miracolo se si limitano a fissarmi, più e più volte su questi stessi vagoni mi hanno sputato o insultato, senza che avessi fatto nulla per meritarmi un trattamento simile. In questi ultimi due anni la situazione è addirittura peggiorata, è diventato un vanto essere razzisti e si è acclamati se si mostra di esserlo. Nemmeno quattro mesi fa un ragazzo, avrà avuto quindici anni, ha cercato di farmi alzare a forza dal sedile su cui ero, nonostante il vagone fosse praticamente vuoto. E mentre mi strattonava per un braccio dandomi della “sporca negra”, un suo compagno stava cercando di farmi un video. L’unica cosa che feci fu alzarmi e scendere per cercare il poliziotto della stazione, ma lui mi liquidò con un’occhiata di sufficienza dicendomi che con molta probabilità avevo frainteso l’episodio.

La voce metallica risuona all’interno della carrozza per annunciare che la prossima fermata sarà quella dei Quartieri Rossi. E quel nome, come sempre, mi fa ricordare un’altra orribile scena. Sette anni fa stavo attraversando la strada nella via principale del quartiere quando cominciai ad essere bersagliata da piccoli sassolini. Mi voltai e mi resi conto che si trattava di una coppia di cinquantenni o sessantenni seduti ad un bar. Io non li conoscevo, non li avevo mai visti, tuttavia loro ritenevano di conoscermi abbastanza da potermi insultare. Dovevo andarmene e tornarmene al mio paese, prostituta che non ero altro, ladra che mangiava sulle tasse degli italiani, dicevano. Scoppiai a piangere e scappai, accompagnata dai loro sghignazzi e da altri sassi. Non ebbi il coraggio di rispondere che ero già al mio paese e che ero italiana. Non ebbi la forza di fare nulla e in seguito me ne pentii amaramente. Tornai a casa di corsa e piansi tutte le mie lacrime, addirittura frantumai uno specchio dalla rabbia che provavo nel vedermi riflessa, nell’osservare il mio corpo e la mia pelle.

Sono nata a Napoli da una giovane africana della Guinea, emigrata ormai trent’anni fa, e da un ragazzo nero di Monza. Essendo nata in Italia ho immediatamente ricevuto la cittadinanza, ho sempre vissuto tra italiani e parlato la loro lingua, anzi, ho appreso persino un po’ di dialetto. Eppure, non sono mai stata italiana a tutti gli effetti. Sin da bambina ho dovuto scontrarmi con i pregiudizi, come le madri delle mie compagne che non volevano che andassi a giocare in casa loro, e da adulta, con le persone che preferiscono assumere giovani bianche perché danno un maggior senso di sicurezza ai clienti. Mi sono sempre domandata come si possa far parte di una comunità quando se ne viene esclusi a priori; non sono io a volerne rimanere fuori, ho perso il conto del numero di volte in cui io ho provato a farmi accettare e mi sono trovata di fronte soltanto dei muri. Ho ricominciato a prendere la metropolitana proprio per questo, non voglio che qualcuno dica che se non mi integro è colpa mia.

Non importa che abbia trascorso la mia vita qui o che nelle mie vene scorra sangue italiano, non sono italiana agli occhi degli altri e pian piano ho smesso di esserlo anche di fronte al mio stesso sguardo. Mi pare quasi di essere più affine ad un apolide, una persona che non ha tradizioni proprie o che non sa a quale nazione appartenga. E mi sento sola, sola in mezzo a questi individui che hanno paura di me, che si ritraggono quando mi vedono. Al telegiornale sempre più spesso si parla e si discute di “Orgoglio degli italiani, dignità della propria patria” o di “Difendiamo il nostro Paese”, ma che patria ho io? Abito in una patria dove non vengo accettata, una patria che mi vuole mandare via perché sono nera e quindi straniera, a nessuno interessa che sia nata qui perché conta solo l’apparenza e il mio aspetto fisico non sembra italiano. Una patria per cui non valgo nulla e che ha smesso di difendere i miei diritti perché sembro un’immigrata. Dove si nasce spesso è dove si vorrebbe rimanere per sempre, il posto in cui ci si sente a casa, dove si desidera tornare perché ci manca. E io, che questo luogo non ce l’ho, mi sento vuota, senza tradizioni e senza passato. Ho pensato spesso di trasferirmi dato che non ci sono radici che mi ancorano a questo terreno, ma mi sembrerebbe un’azione vigliacca, la dichiarazione suprema del mio fallimento. Vorrebbe dire che ho smesso di lottare per me stessa, che ho definitivamente perso la speranza di sentirmi parte del popolo italiano e non voglio che sia così, non deve essere così.

Dall’altoparlante proviene l’annuncio della nuova fermata e constato che la maggior parte dei passeggeri è impallidita: è la stazione più vicina al quartiere arabo, considerato tradizionalmente il peggiore e il più malfamato della città. C’è sempre da preoccuparsi quando qualcuno sale a quella fermata. E invece, con il sollievo di tanti, salgono solo due donne, una delle quali indossa un hijab. Purtroppo, anche lei è vittima degli stessi implacabili sguardi che sono stati rivolti a me, io tento di farle un sorriso, ma lei, come avevo fatto io, non alza nemmeno per un secondo gli occhi da terra. Questo mi basta per capire che lei è come me, che è sola pure lei. Che sia nata in Italia o meno, comprendo all’istante che anche lei è circondata da barriere invisibili, che la isolano per la cultura e la fede in cui crede. Non è una mera solitudine fisica, è un sentimento più profondo di emarginazione che nasce e risiede nelle nostre anime. Il desiderio di essere parte di qualcosa e il non poterlo essere ti fanno sentire abbandonata da tutti, indipendentemente dalla consapevolezza di non essere i soli a vivere in quella condizione.

Proseguiamo per qualche minuto fino a Piazza Garibaldi, poi la metro si ferma di nuovo per accogliere un folto gruppo di passeggeri. Vengo circondata da uomini e donne che come me sono costretti a stare in piedi e ad aggrapparsi alle maniglie in alto per non cadere. Con la coda dell’occhio scorgo due ragazzi con canotte lunghe e pantaloncini corti, mi colpiscono perché ad una prima impressione sembrerebbero usciti dalla spiaggia, se solo il mare non fosse a chilometri di distanza. Hanno entrambi le cuffie e stanno fissando i loro cellulari, magari giocano o messaggiano. La metropolitana si mette in moto e parte con uno scossone, cogliendo impreparato uno dei due. Il giovane cade in avanti sul pavimento della carrozza, urtando la donna con l’hijab, che si ritrae un poco.

“Oh ma che fai?” le sbraita contro il ragazzo prima ancora di rialzarsi, come se fosse stata colpa di quella poveretta. “Mi hai quasi spaccato il telefono, cretina. Come ti permetti?” La donna non risponde e volge lo sguardo altrove, forse pensando che quel tipo sia uno sciocco che preferisce prendersela con gli altri piuttosto che ammettere di essere stato disattento.

“Ma mi senti?” lo sconosciuto le va davanti e mentre la guarda in faccia il suo volto si contorce in un’espressione cinica e sprezzante. “Ah beh certo… guarda tu questa col velo, è ovvio che volesse farmi cadere” dice al compare che si è appena destato dalla sua trance videoludica. Nessuno nel vagone li sta guardando, tutti sono immersi in altre azioni, controllare il cellulare, leggere, sistemarsi il polsino della camicia, come se fossero completamente disinteressati a quello che sta accadendo. Ma è chiaro, è lampante, che tutti stanno ascoltando.

“Perché c’hai il velo?” le domanda con arroganza il giovane. Lei non risponde e allora il ragazzo le tira una spinta. Scatto in avanti colta dalla rabbia, come osa?

“Allah, Allah” la motteggia lui, poi con un gesto fulmineo cerca di strapparle il velo. Vedo una lacrima scendere sulla guancia scura, i ragazzi ridono sguaiati e io non resisto più. Mi faccio largo tra le persone, con l’ovvio intento di raggiungere i tre protagonisti della scena. È stato troppo, sento ribellarsi in me un sentimento di rabbia e amarezza come se fosse stato ferito il mio orgoglio. Mi sorprendo a capire che cos’è, in particolare, che quei due ragazzi hanno leso: la dignità umana. Quella dignità che dovrebbe accumunare tutti gli uomini e che trova la sua espressione nella cultura e negli ideali individuali. Provo l’impellente bisogno di urlare, di difendere quella donna e ciò che è come se si trattasse di me stessa. Adesso sono qui, davanti a loro. Non so cosa farò, ma so cosa deve essere detto. Sentiranno la mia voce, e quello che ho da dire.

Alice Giovanelli

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Finalmente a casa

 

Da piccola vivevo in un altro paese, in una città piccola, dove i pettegolezzi giravano e le persone parlavano pensando di sapere tutto. I miei genitori lavoravano qui, in Italia, e li vedevo per pochi giorni all’anno. Quando non erano vicino a me, mi sentivo persa, sentivo come se non fossi veramente a casa. Consideravo i miei genitori dei veri eroi, non mi facevano mancare nulla, tranne il loro amore perché una chiamata e un “ti voglio bene” al telefono non bastavano.

Un giorno, i miei decisero di porre fine alla loro e mia sofferenza, capirono che era meglio portare me e mio fratello con loro.

All’inizio tutto fu come nelle favole, averli ogni giorno per me. Ero felice, avevo sentito cose bellissime dell’Italia, le belle città, il mare e le lasagne. Per me e la mia famiglia era un nuovo inizio, eravamo finalmente vicini. Come inizio, iniziamo a decorare le nostre camerette, per far in modo di sentirci a casa.

Quando iniziai la quinta elementare, ebbi difficoltà ad abituarmi, non capivo niente di ciò che mi dicevano le maestre. Qui, conobbi la mia migliore amica, spesso la maestra ci diceva che lei era la crema, io il biscotto alla vaniglia e la mia amica era il biscotto al cioccolato. Con lei istaurai un vero legame, mi capiva e sapeva come mi sentivo. In quell’anno ebbi il coraggio di fare la mia prima gita a Napoli, un posto meraviglioso dove sono entrata in contatto con archivi storici e informazioni sul Vesuvio. In quell’anno ero riuscita a imparare molto bene l’italiano con l’aiuto delle maestre che ebbero la pazienza di aiutarmi, ma soprattutto di capire le mie difficoltà. Perché sono poche le persone che hanno tentato di capire le mie difficoltà, non solo linguistiche, ma anche emotive.

Alle medie invece, sono maturata molto, ho avuto esperienze brutte con il bullismo che mi portò ad odiare il mio corpo e ad essere insicura di me stessa. In quel periodo mi resi conto della mia passione verso la storia, e nacque in me la curiosità sulla storia romana. La terza media per me fu un periodo di ansia, soprattutto il momento dell’esame finale, ma anche il pensiero di lasciare i miei compagni con cui avevo instaurato un rapporto molto unito, ormai eravamo diventati un corpo unito nonostante le difficoltà iniziali.

Alle superiori tutto cambiò, avevo subito episodi di razzismo, che solo adesso ho capito che non aveva senso darci tanto peso, che le persone parlavano male degli stranieri e ciò era “normale”. In quel periodo cominciai a diffidare del mio futuro in Italia, inizialmente creai una barriera tra i miei compagni e me, a causa delle insicurezze del passato. Il primo anno delle superiori per me fu difficile, persi anche le mie amiche a causa di un ragazzo, ma persi anche i miei parenti che ormai si erano allontanati ed era dura ritornare a casa e non avere più una famiglia unita. Nel secondo superiore invece cominciai a essere molto più aperta con i miei compagni, creando una vera amicizia. Quell’anno mi ha fatto maturare molto, ho perso mia zia a causa del cancro e questo mi fece sentire male perché ero stata lontana da lei.

Il periodo del Natale per me era legato sempre al periodo natalizio in Romania, dove ogni giorno andavo sulla neve, cantando per i parenti e mangiando il cibo tradizionale. Nonostante le amicizie e la mia famiglia, io ancora sono molto legata alla mia città, lì ho trovato l’amore, sono cresciuta ed ho fatto numerose esperienze. Ciò che mi dispiace molto è che qui in Italia sono entrata in contatto con la vostra storia, dimenticando la mia. Studio poeti italiani e non conosco quelli del mio paese. Mi mancano i giorni di inverno, quando tornavo alle dieci di sera a casa, tutta ricoperta di neve, ma felice. Il Natale che per me era un momento di felicità perché i miei erano a casa, io e mia mamma preparavano i dolci tradizionali, mentre mio fratello e papà portavano l’albero e lo decoravano aspettando la sera che i bambini venissero a cantare. Quella città cosi piccola dove tutti conoscono tutti, è una città tranquilla circondata dal verde e dalla storia. È proprio per questo che amo la storia: la mia città presenta rovine del periodo dei Daci e Romani, ci sono le case dove sono stati nascosti gli ebrei nel periodo Fascista, per me è un onore vivere lì. Certo non abbiamo il mare, o una città super tecnologica ma come diceva la mia bisnonna:” la città dove nasci rimane sempre nel cuore”.

Ho capito che il mio futuro non sarà qui in Italia, voglio ritornare nel mio paese, studiare ciò che mi appartiene e poi viaggiare nel mondo studiando altre culture e altre parti della storia. Ciò che mi rende oggi felice, qui in Italia, è il mondo in cui io sono cresciuta, come questo paese mi ha dato la possibilità di imparare nuove cose, ma soprattutto di stare vicino ai miei. I miei compagni e le persone che mi circondano invece mi hanno aiutato a fidarmi delle persone ma, soprattutto a “sentirmi a casa” in un paese straniero diverso dal mio e questo rende tutto più magico.

Muresan Roxana Maria

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Sono un’insegnante di lettere

 

Sono un’insegnante di lettere. Vivo in un paese lontano dal mondo e dalla società. Lavoro in una classe con problemi di relazione e di cooperazione. Voglio poter dar loro una nuova prospettiva di vita. Un futuro migliore. Vorrei che capissero l’importanza di ascoltarsi a vicenda, di amarsi l’un alto. Vorrei che sentissero ciò che dicono, che provassero ciò che fanno. Voglio, o meglio, avrei voluto che nessuno di loro necessitasse del mio aiuto. Sono Sakura Aki ed ero un’insegnante di lettere. Ho deciso non molto tempo fa di lasciar andare via le emozioni, di abbandonare le preoccupazioni, di ascoltare la mia anima e di farla finita. Ho fatto una cosa che pochi, o forse nessuno, rimpiangerà. Non mi piace chiamarlo suicidio…è una parola troppo tecnica; preferisco il termine “vita” perché è solo quando mi sono buttata da quel ponte che ho iniziato a vivere. Ogni singolo muscolo del mio corpo mi procurava dolori lancinanti… quando ho aperto gli occhi, non ho visto nulla. Non c’era luce, neanche un filo, non c’erano colori. Non c’erano più dolori. Percepivo un piacere dentro di me e tra le lacrime, dedicai al mondo che stavo abbandonando, un ultimo sorriso. Questa volta non c’era nessuna speranza nascosta. Nessun sottintendimento. Era tutto molto esplicito. Stavo sorridendo, senza provare alcun sentimento. Non me ne erano più rimasti. Avevo dedicato troppo a qualcosa che non lo aveva neanche chiesto. Nessuno ha colpe di ciò che ho fatto. L’unica colpevole sono io. Forse questa è stata l’unica buona decisione che io abbia mai preso in vita mia.»

Mi chiamo Charlotte. Sono una ex studentessa dell’Accademia Infinity Rouge, una scuola prestigiosa certo, ma che ha un oscuro passato alle spalle. Parlo dell’omicidio di una nostra insegnante, uccisa dall’estraneità nella quale aveva iniziato a vivere. Un’estraneità nella quale era stata spinta da alcuni studenti, me compresa. Qualche giorno fa sono andata a trovare mia madre, la direttrice della mia vecchia scuola. Il suo studio era pieno di scatole. Vi era molta confusione, un gran disordine, accresciuto dallo strano comportamento della mamma, me ne accorsi subito; era come se volesse nascondermi qualcosa. Qualcosa per la quale non potrò mai perdonarla, come non potrò mai perdonare me stessa per non aver aperto gli occhi prima. Ho realizzato tutto, quando ho aperto il cassetto della sua scrivania. All’interno un diario appartenuto alla mia ex docente di lettere. Ho letto la sua storia, dall’inizio alla fine, la fine che ha segnato il suo destino, come segnerà il mio per sempre. Ricordo perfettamente ciò che c’era scritto: il primo giorno di scuola, le presentazioni, le prese in giro sul suo abbigliamento, le risate infantili sul suo modo di parlare… ricordo le volte in cui ci faceva alzare in piedi e leggere i nostri temi ad alta voce, i compiti che ci assegnava, la stranezza con la quale si rivolgeva a noi e tutti i suoi accenti bizzarri… Lei era straniera. Era nata e cresciuta ad Hiroshima, in Giappone. Ci aveva raccontato di essersi trasferita in Italia, perché nella sua patria aveva avuto dei problemi. Non ci disse quali, e noi neanche glielo chiedemmo. Nella nostra classe c’era un’alunna, Ming; lei proveniva dalla Cina ed era un po’ diversa da noi. Parlava in modo strano e si vestiva in tutt’altra maniera. Era antipatica. Ci stava sempre intorno e sorrideva continuamente. Nessuno la tollerava. Era “appiccicosa” e poi era sempre la preferita degli insegnanti. Con il passare del tempo, divenne pesante tanto che nessuno riuscì più a sopportarla. I professori la prendevano sempre come esempio e parlavano di lei come una di noi. Ma tutti sapevamo che non era così. Voglio dire…lei era cinese, mentre noi eravamo italiani; non vi era alcun nesso tra di noi. Innanzitutto, veniva dalla parte opposta del mondo, e quindi era ovvio che pensassimo che fosse diversa. Inoltre, era brutta: aveva degli occhi da gatto e un naso minuscolo. Non sapeva cosa fosse la moda, vestiva in modo orrendo. In sintesi, era solo un peso per il nostro gruppo. Tutti noi la trattavamo in maniera distaccata e impertinente. Era divertente fare aereoplanini di carta e lanciarglieli. Una volta avevamo scritto “perdente” in cinese, su uno di questi, e glielo avevamo lanciato. Che spasso! Ridevamo quando si sbagliava a pronunciare la r. Come puoi avere dieci ad italiano se non sai neanche pronunciarlo?! Era divertente scherzare con lei, almeno finché non ne arrivò un’altra simile! La professoressa era fastidiosa tanto quanto lei. Quando notava che qualcuno scriveva o faceva qualcosa di “offensivo”, come lo chiamava lei, lo puniva. Con il tempo capimmo che lei preferiva la “cinesina” a noi, come biasimarla?! Erano entrambe straniere, era normale che andassero d’accordo. E poi avevano così tante cose in comune, ma la principale era la loro voglia di somigliare a noi. Non volevano capire che non sarebbero mai diventate ciò che non erano. Dovevano andare via, tornare nella loro maledetta patria. Qui con noi erano solo…di troppo. Dire e fare cose che pensavamo era quello che ci voleva insegnare la professoressa, ma quando lo facevamo ci rimproverava. Era insopportabile! Ripeteva di “sentire” e “provare” prima di agire, ma non capì mai che quello che diceva era folle. Forse era proprio una caratteristica dei giapponesi essere così pesanti. Molte altre classi di dicevano di essere razzisti, ma non lo eravamo. Cioè, eravamo soltanto contrari al fatto di avere persone che non sapessero parlare la nostra lingua come professori o compagni di classe, per di più antipatici e insopportabili. Il nostro modo di fare non era sbagliato, ne ero convinta. Bisognava ripulire il nostro Paese da presenze straniere ed era necessario che qualcuno lo facesse. La nostra classe era decisa nel farlo e pensava fosse giusto…ma quanto ci sbagliavamo, quanto avevamo fatto soffrire e quanto ancora lo stiamo facendo. La nostra immaturità ci ha portati al limite. Quella donna non era pazza e non meritava di morire. Quanti problemi aveva dovuto affrontare? Quanto dolore aveva sentito? Quanto odio? Quante cose avrebbe voluto dirci? Quanti consigli avrebbe voluto ancora darci? E cosa ci voleva insegnare? Ci aveva detto molte cose. Avevamo passato con lei otto lunghi anni, ma non avevamo imparato nulla. Era brava ad insegnare, voleva solo che apprendessimo qualcosa che nei libri di testo non c’era: voleva insegnarci l’amore, la comprensione, voleva che capissimo cosa fosse il lavoro di squadra, la tolleranza e, soprattutto le conseguenze del dimenticarne il significato. Non avevamo neanche capito cosa fosse accettare il “diverso”. Lei era diversa. Lei era buona. Matura. Gentile. E disponibile. Non era simile a noi perché…non era meschina, infantile, immatura, ingrata, sciocca, lei non era crudele; non ci criticava, non ci odiava. Leggo il suo diario e lo capisco. Lei ci voleva solo aiutare. Voleva che capissimo la tolleranza e l’amore. Avrebbe dovuto odiarci, in fin dei conti noi siamo italiani. Ma non lo ha mai fatto. Lei ci ha accettati. E noi non lo abbiamo fatto. L’abbiamo delusa e ferita, come abbiamo fatto con Ming. L’ho capito tardi e mi chiedo se le altre ventisei persone all’interno della mia classe lo abbiamo fatto. Non era giusto trattare male coloro che volevano solo essere amati.

Ero a terra. Seduta con la testa tra le ginocchia a pensare. Le lacrime mi rigavano il viso. Pensavo a ciò che avevo fatto. Pensavo a chi l’avevo fatto, a cosa potevo fare adesso. Le pagine del diario di una donna innocente, uccisa da un gruppo di ragazzi. Perché? Perché era giapponese? Una motivazione assai giusta. Quel diario così triste, posato a terra, chiuso di fronte a me, era la testimonianza della bontà di una donna meravigliosa, alla quale bisognava chiedere perdono, che bisognava ricordare. La memoria della quale doveva essere onorata. Non parlai di ciò che avevo scoperto alla mamma. La prima cosa che feci fu quella di contattare i miei vecchi compagni di classe per fissare un appuntamento al bar in “Via delle Ceneri 28” a Roma, vicino al cimitero dove riposava la nostra insegnante. Ci riunimmo presto e quando ci vedemmo, raccontai loro ciò che avevo scoperto e mostrai il diario. Ognuno aveva un’espressione diversa, ma tutti erano pallidi, freddi e consapevoli. Notavo che stavano emergendo sentimenti di tristezza, malinconia, consapevolezza e comprensione. Avevo invitato anche Ming. Era triste. Negli ultimi anni aveva smesso di sorridere. Parlava di meno e stava sempre da sola. Dopo il diploma, ognuno di noi aveva preso strade diverse, ma non perdemmo i contatti, parlavamo spesso, tranne che con Ming. Avevo temuto che potesse fare la stessa scelta della professoressa ma non lo aveva fatto. Fui felice e sollevata nel rivederla. Dopo un lungo silenzio, fu lei la prima a parlare:

«Non sarebbe mai successo se non l’aveste trattata come una “giapponese” e l’aveste capita» nella sua voce c’era un filo di dolore, nonostante l’odio espresso. Nessuno di noi replicò. Era vero. Non era un’estranea. Non era diversa, eppure noi l’avevamo sempre concepita in questo modo. Chissà quante volte aveva pensato di suicidarsi, prima di farlo davvero. Il fatto di non essere nata in Italia, di non avere le nostre stesse caratteriste, di avere qualità giapponesi e comportamenti leggermente differenti, l’aveva segnata. Noi l’avevamo segnata. Sakura Aki si era gettata da un ponte il 13/09/2019. Non è un giorno a caso. Lunedì 13/09/2010 fu l’inizio delle medie per la nostra accademia. Fu il giorno in cui la nostra classe incontrò per la prima volta quell’insegnante. Iniziate le presentazioni, la maggior parte di noi iniziò a deriderla e dopo un mese ci trasformammo tutti nella classe razzista che siamo sempre stati. Dopo nove anni, quella stessa professoressa si era uccisa per essere stata trattata come “straniera” da quella classe che oltre ad umiliare Ming, aveva ucciso l’anima di una docente. Una donna amabile, dolce e comprensiva. Una persona dal cuore puro come non mai e dagli occhi sognanti di un bambino. Occhi bagnati da continue lacrime e un cuore pieno di cicatrici di dolore. Una donna dall’animo ferito. Dalla mente segnata. Dal corpo distrutto. Ma dal sorriso indelebile. Una donna dalla speranza immortale. Una donna senza più sentimenti. Una donna. Una professoressa. Un’amica. Morta. Non so se l’avremmo trattata in modo diverso se fosse stata italiana. Se non avessimo visto in lei la figura di un’estranea. Di una straniera. Ciò che so per certo è che quel giorno, quando tutti ci incontrammo, eravamo pentiti. Chi piangeva. Chi batteva i pugni sui tavoli. Chi camminava avanti e dietro. Chi consolava gli altri. Ma tutti pensavamo. Ala fine ci recammo tutti al cimitero. Vedemmo la sua lapide: non aveva vissuto che trent’anni. Quella lapide ci provocò sentimenti di risentimento e dolore. Eravamo colpevoli e l’avevamo tradita. Restammo in silenzio di fronte alla nostra professoressa per ore. Era come se ci parlasse. Tutti piangevamo. Eravamo noi a meritarci la morte. Se solo potessimo tornare indietro, cambiare le cose. Vorremmo il suo perdono. Vorremmo che sapesse che il suo insegnamento ci era arrivato. Io voglio cambiare il mio futuro. Voglio poter rimediare ai miei errori. Diventerò insegnante. Insegnerò ciò che voleva lei. Voglio poter donare ai miei allievi un futuro. Voglio che capiscano, ciò che noi non abbiamo fatto. Voglio che impariamo ad accogliere. Voglio che loro capiscano che non vi sono differenze tra persone di diverse nazionalità. Voglio che imparino ad integrare gli stranieri. Voglio che imparino a non credere nell’estraneità. Voglio che loro siano diversi da noi. Voglio farlo in memoria della professoressa, quella stessa donna che dopo aver continuato a sperare in questi principi non ha avuto una classe che la capisse. Davanti a me vedo un lungo sentiero. Pieno di ostacoli, pietre e sassi. Dovrò essere determinata. Non devo mollare, come non ha fatto lei. Non dovrò morire ma vivere, come mi ha insegnato. Finalmente sento ciò che dico e provo ciò che faccio. Ci penso e lo faccio. La mia insegnante mi ha dato la possibilità di avere speranza. Accettare e amare. Non sarò più la ragazza nazionalista e razzista di un tempo. Aiuterò gli altri ad integrare, perché nessuno è diverso. In fin dei conti, la differenza non è altro che arricchimento. Noi ne avevamo paura. L’abbiamo allontanata. Spero che Ming mi perdoni. Ci perdoni. Lo stesso vorrei per la amata professoressa. Quella professoressa che per colpa del nostro razzismo è sparita. E della quale non resta che un diario pieno di dolore e una lapide, sotto la quale c’è un mazzo di fiori. Fiori di colori diversi. La diversità che noi non abbiamo distinto per più di nove anni. Ti chiediamo scusa prof. Grazie per il tuo amore e il tuo affetto. Grazie a te siamo cambiati. Grazie a te abbiamo capito. Ti supplichiamo di perdonarci e…non abbiamo parole per dirti quanto siamo stati sciocchi. Eravamo troppo immaturi per poterci accorgere del tuo dolore, del tuo stato d’animo e della tua speranza. Ti vogliamo bene.

Vorremmo poter vedere il tuo sorriso per un’ultima volta. Vorremmo poterti leggere i nostri temi ancora. Vorremmo poter cancellare il passato e riscriverlo, ma non possiamo. Rimarrai sempre nei nostri cuori e nelle nostre anime. Non sei la professoressa giapponese, diversa e straniera. Sei come noi. Non sei un’estranea. Non lo è nessuno. Perdonaci se puoi.

Jasminder Kaur

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La chiave della diversità

 

3 Gennaio 1869

Caro diario,

Oggi è stata una giornata particolarmente inconsueta.

Come al solito, ho aiutato mia madre nei lavori che noi donne siamo costrette ad adempiere ogni giorno, ma la quotidianità di queste attività e la ripetitività delle nostre azioni mi hanno fatto riflettere per la prima volta su questa patria in cui tutto sembra avvolgerci come una forte mano, che non lascia scampo a tradizioni, culture e modi di pensare prestabiliti da qualcun altro.

Lavare, pulire, tessere, tutto solo perché siamo donne, ma a questo nessuno ci pensa, tutti seguono il filo della quotidianità come se non ci fosse la possibilità di liberarsi da questa gabbia chiamata “patria”, che ci tiene strette e ci toglie la libertà.

Per questo mi sento diversa, diversa perché non mi arrendo al mio unico ed impassibile dovere di donna che la mia patria ha già deciso per me, diversa perché non voglio arrendermi a questo mondo in cui solo l’uomo può esprimersi, riscattarsi e dimostrare il proprio potere, diversa perché anche se in silenzio, ho la rivoluzione nell’animo, ma a tutto ciò nessuno ci pensa e comincio a credere di essere strana.

Tutto ciò cambierà nel futuro?

Le persone smetteranno di sentirsi diverse solo perché ispirate da nuovi valori, su cui nessuno si sofferma a riflettere?

Anna, 15 anni.

 

11 marzo 2019

Cara Anna,

Probabilmente non leggerai mai questa lettera, o forse si, dall’alto del mondo in cui adesso ti troverai e dove forse avrai trovato finalmente la felicità che hai tanto cercato in vita.

Ho trovato questa tua pagina di diario in un baule seppellito nel mio giardino e ci tenevo a confessarti che in realtà , a distanza di moltissimi anni, ci troviamo ancora in un mondo che ci costringe spesso a sentirci strani nella propria patria o anche, come nel mio caso, a non sentirci come suoi figli, ma solo come tanti individui appartenenti a patrie diverse, che risultano essere incompatibili come pezzi di puzzle differenti.

Ed è proprio quando ci allontaniamo dalla nostra patria, e da quella che nella lingua moderna potremmo definire “confort-zone”, che questa diversità sembra essere la carta d’identità di ciascuno di noi.

Probabilmente avrai seppellito questa lettera nella speranza che qualcuno nel futuro la trovasse per pensare al passato come un brutto ricordo, immaginabile al giorno d’oggi, ma purtroppo poco è cambiato, il concetto d’estraneità, sia nella propria patria che al di fuori di essa, è ancora molto evidente.

Il mio nome è Alia, che deriva dal latino alius e per uno strano scherzo del destino vuol dire proprio “diversa”.

Arrivai in Italia nel 2009, all’età di soli diciassette anni e fui costretta ad abbandonare la mia terra, il Bangladesh, che avevo sempre amato e considerato come una madre, ma che da anni era mutata in un terribile mostro, nutrito da guerre, minacce e leggi repressive per limitare il diritto all’espressione.

Mio padre, il mio caro papà, era un giornalista, amava il suo lavoro, ma venne brutalmente ucciso in seguito a leggi emanate dal governo secondo le quali venne sempre più limitata la parola.

Fui l’unica della famiglia che quindi poté scappare, ma lasciai mia madre e mio fratello in quel vortice che rendeva irriconoscibile la mia terra e probabilmente non mi perdonerò mai questa scelta, che in realtà più che una scelta fu una costrizione per evitare di morire.

Non sapevo dove sarei arrivata, come avrei resistito a tutta quella situazione e ben presto arrivai in Italia. Non conoscevo la lingua, le leggi del posto e nei primi mesi mi limitai a non parlare, intimorita dal fatto che avrebbero potuto uccidermi se avessi detto qualcosa di sbagliato.

Desideravo tornare nella mia terra, riabbracciare mia madre e mio fratello e svegliarmi un giorno scoprendo che era stato tutto un brutto incubo, ormai passato, ma i giorni si susseguirono e mi resi conto che avrei dovuto vivere in quella terra in cui mi sentivo terribilmente diversa.

Ogni dettaglio, ogni vestito indossato dalle altre ragazze, la musica che gli altri erano soliti ascoltare, tutto mi ricordava il Bangladesh e la mia cultura.

Mi mancava indossare il “sari”, un abito tipico della mia terra che nonostante la semplicità mi aveva sempre fatta sentire una principessa. Provavo nostalgia di quelle che potrebbero sembrare sciocchezze, come la possibilità di ballare lungo la stradina di campagna della mia casa, accompagnata dal suono del flauto di mio fratello, come se tutto questo fosse normale.

Mi sentivo dunque come un debole fiore appena sbocciato che si abbandona al suo fragile stelo, in grado di poter acquisire di nuovo la sua bellezza solo grazie a sole ed acqua, che per me erano la mia patria e la mia famiglia.

Dopo circa un anno cominciai a capire più parole della lingua italiana ed arrivai anche a parlare con le ragazze della mia classe, ma il mio destino fu sempre quello di sentire erompere in me la condizione di estraneità rispetto agli altri, dovuta alla lontananza dal Bangladesh.

Un giorno ad esempio in classe affrontammo il tema della letteratura italiana novecentesca, parlando di importanti esponenti che emersero durante questo periodo. Tutti sembravano affascinati, innamorati di quei poeti che facevano parte della loro cultura ed io non ne avevo mai sentito parlare prima, quando improvvisamente l’insegnante chiese se conoscessimo qualche autore appartenente al secolo ed io mi alzai rispondendo di conoscere Kazi Nazrul, un poeta islamico che avevo studiato nella mia vecchia scuola.

Improvvisamente tutti iniziarono a ridere, sentii un vociferare incredibile in cui intercettai una frase:

“Non sei più in Bangladesh, a noi non interessa nulla del tuo Paese, ormai sei in Italia! “.

La curiosità di quegli occhi che mi fissavano assiduamente, spesso non dovuta a pura curiosità ma alla tendenza a considerarmi come un’estranea, e soprattutto quella frase scatenarono in me un vortice, una strana sensazione, poiché fu come se capissi definitivamente di aver cambiato vita, e ti trovarmi in un posto che in realtà non mi apparteneva.

Dopo quel giorno in classe il mio sguardo rimase sempre chino, non feci più riferimenti alla mia patria il cui richiamo diventava sempre più forte, ma allo stesso tempo soffocato.

Tuttavia un pomeriggio, mentre ero assorta nei miei pensieri passai davanti ad una sorta di magazzino, una grande tenda bianca, dalla quale sentii provenire una musica strana, già ascoltata prima.

“Ma certo! “, pensai.

Quella era la musica che ero solita ballare in compagnia di mio fratello, e ciò fece sì che non esitassi un secondo per entrare in quella tenda. Vidi quadri, foto di cantanti islamici e donne che indossavano il sari, e ciò mi rese chiaro che avevo trovato persone che probabilmente provenivano dalla mia stessa terra.

Ben presto la mia vita cambiò profondamente, dopo tanto tempo mi sentii capita e conobbi tutte quelle donne che, come me, un anno prima, erano state costrette a scappare dal Bangladesh per le stesse mie ragioni.

Per la prima volta le parole “diversa” ed “estranea” cessarono di bussare sulle porte nel mio cuore in pezzi e soprattutto, come mai accaduto prima, pensai che forse tutti noi siamo diversi, e forse l’estraneità è questione di punti di vista, perché ognuno di noi è diverso finché rimane sé stesso.

Mi venne in mente che l’estraneità è un concetto astratto, inesistente, ma solo chi ascolta davvero il proprio cuore potrà ostentare di essere diverso e tu probabilmente, sei stata una di queste persone.

Pensai che anche una rosa, che conserva in sé tutta l’essenza della bellezza e della purezza, si sente diversa in un campo di margherite, ma rimane sempre una rosa, splendida in tutti i suoi aspetti, nonostante sia lontana da tutte le altre rose.

Probabilmente mi mancherà sempre il Bangladesh,

Probabilmente non mi sentirò mai del tutto a casa finché non riabbraccerò la mia famiglia,

Ma di una cosa non sono sicura, finché la mia terra sarà nel mio cuore sarò sempre la stessa Alia, sarò sempre me stessa.

Alia, 25 anni.

Esposito Benedetta

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Un’estranea nella sua terra

 

Ciao, mi chiamo Alessia, ho 17 anni e vivo in un piccolo paese nella provincia di Latina. Sono una persona con la mente molto aperta e con degli obiettivi da raggiungere, ragion per cui nel mio paese mi sento estranea ed esclusa dal contesto, perché le persone che mi circondano hanno una mentalità chiusa e retrograda. Secondo loro la donna deve solamente servire il marito e stare a casa con i figli, non può lavorare, uscire con le amiche o fare qualsiasi altra cosa. I ragazzi della mia età, poi, pensano solamente a come essere “alla moda” e a deridere chi non può permettersi di comprare un abito firmato come il loro, chi non fuma, chi non esce tutte le sere per ubriacarsi, o chi non cambia ragazza almeno una volta a settimana. Io con queste persone proprio non mi ci trovo, infatti spesso mi sento “estranea”, o meglio, mi escludo perché non mi faccio influenzare dai loro pensieri, ma preferisco seguire il mio ideale di vita, preferisco inseguire i miei sogni e realizzarmi nella vita.

Detto ciò voglio raccontarvi un episodio accadutomi tempo fa. Un giorno avevo deciso di accompagnare mia nonna al mercato del paese: sentivo addosso gli sguardi dei miei coetanei, poi anche le anziane signore del quartiere non mi vedevano di buon occhio, e sapete perché? Perché avevo i capelli tinti di blu e per loro ero una poco di buono, una buona a nulla, e scusatemi… ma io, in una società del genere, proprio non ce la faccio a stare. Preferirei vivere in un paese che non sia il mio paese, ma poter essere me stessa piuttosto che vivere qui dove tutti giudicano tutto, dove se hai piercing e tatuaggi sei un criminale, dove se indossi abiti formali sei una persona per bene, ma se indossi pantaloni strappati e canotta vieni definito buono a nulla. Un consiglio per chi si trova in questa situazione? fregatevene, fregatevene sempre del giudizio altrui, fate quello che più ritenete giusto e non fatevi condizionare la vita da ciò che pensano gli altri.

Un consiglio, invece, per chi giudica sempre? Beh credo sia arrivato il momento di pensare un po’ di più a voi e non alla vita altrui, penso che prima di giudicare gli altri dobbiate giudicare voi stessi.

Alessia Marrone

 

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