1944: l’ultima corsa by Noemi De Bortoli - Illustrated by Noemi De Bortoli  - Ourboox.com
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1944: l’ultima corsa

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Artwork: Noemi De Bortoli

  • Joined May 2020
  • Published Books 1

Forza

Liliana Segre aveva solo tredici anni quando è stata costretta ad abbandonare tutto: famiglia, amici e vita quotidiana per iniziare un nuovo capitolo della sua vita. Io invece avevo tredici anni quando sono venuta a conoscenza della storia di Liliana, ero stupita da come ragazzini come me abbiano dovuto vivere un’esperienza così cruda, senza aver commesso nessuna colpa. Così grazie ad un’opportunità data dalla scuola e dal comune di Calendasco, una settimana prima della giornata della memoria, io e una mia compagna di classe, insieme ad altre due ragazze di una sezione differente ci siamo trovate a Gragnano per conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. Non mi era mai capitato prima di allora di trovarmi in una situazione così importante da essere documentata dai giornalisti.

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Durante la cerimonia sono intervenuti inizialmente tutti i rappresentanti più importanti del comune di Gragnano, come la sindaca Patrizia Calza e la consigliera del gruppo “Gragnano nel cuore” Michela Milani, che hanno fatto riferimento ad alcune vicende della Shoah e hanno invitato tutti noi ragazzi ad essere i protagonisti del cambiamento e a ragionare sempre con la nostra testa. Anche noi ragazzi abbiamo partecipato con interventi,  il sindaco dei giovani di Gragnano ha ricordato i recenti episodi di razzismo che ci sono stati nel comune, mentre noi ragazze di Calendasco abbiamo ricordato Primo Levi, scrittore italiano relegato nei campi di concentramento perché Ebreo, attraverso una lettura a lui dedicata tratta dalla sua opera più importante “Se questo è un uomo”,  dove lui racconta la sua esperienza nei lager.

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Shemà

 

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
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Questa esperienza mi ha permesso di conoscere la storia di Liliana e mi ha aiutato ad essere sempre riconoscente a tutte le persone che mi stanno vicino, perché c’è chi purtroppo non ne ha avuto la possibilità. Ho capito che siamo fortunati, perché oggi noi siamo liberi e rispettati, mentre fino a poco tempo fa alcune persone non lo erano. Gli Ebrei sono stati perseguitati fin dall’inizio per svariate ragioni, Hitler li considerava la causa del male e con l’emanazione delle leggi razziali ha dato inizio al processo di discriminazione che si è concluso con la “soluzione finale”, ovvero la deportazione degli Ebrei nei campi di concentramento. Uno dei motivi per cui la storia di Liliana mi ha colpito è stata la sua capacità di resistere a questi tragici eventi che è stata costretta a vivere, la sua forza e il suo coraggio nel cominciare una nuova vita, testimoniando ciò che ha vissuto e portando avanti i suoi ricordi affinché quello che è accaduto non venisse dimenticato e non si ripetesse più.

 

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Speranza 

Da quando era piccola Liliana ha iniziato a convivere con l’odio creatosi nei suoi confronti e nei confronti di altri 776 bambini italiani, a cui veniva associata la sola colpa di essere nati Ebrei.
Anche recentemente Liliana riceve ogni giorno circa 200 messaggi contro di lei e contro la sua testimonianza, proprio a causa di questi episodi di rabbia, che si sono manifestati soprattutto attraverso i social, il governo italiano ha deciso di  assegnare alla senatrice una scorta per proteggerla da eventuali rischi. Per mandare un messaggio positivo contro il razzismo e la violenza alcune città italiane hanno deciso di conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre, tra cui anche Gragnano e Calendasco. L’Italia in questo modo ha voluto ringraziare la senatrice per il suo lavoro di testimone dell’antisemitismo

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ebraico, che è una risorsa importante per la storia della nostra popolazione, e le ha voluto dimostrare il suo appoggio dopo gli episodi di razzismo di cui è stata protagonista dell’ultimo anno. Liliana ha permesso a tutti noi cittadini di conoscere meglio la sua storia e quella nazionale, tanto che ne promuove lo studio dicendo: “senza la storia, come ci potrebbe essere la memoria?”. Io penso che il gesto di conferire la cittadinanza sia stato giusto nei confronti non solo di Liliana, ma anche di tutti gli altri sopravvissuti che non hanno avuto la possibilità di far conoscere la propria storia, e per questo sono fiera di averne fatto parte, anche se in piccolo. D’altra parte però non mi rende felice il fatto che si sia dovuta dare la cittadinanza onoraria a Liliana Segre anche a causa dei commenti negativi contro di lei, non è giusto soprattutto per la mancanza di rispetto verso Liliana.

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Odio

https://youtu.be/liVatoRS5tg

Con il collegamento qui presente ho deciso di riportare una intervista alla senatrice del programma “Le parole della settimana”, realizzata verso la fine dello scorso anno. La senatrice racconta diversi episodi della sua infanzia come l’espulsione dalla scuola e si sofferma sul fatto di sentirsi “invisibile” agli occhi degli altri. Afferma inoltre che negli anni è cambiato come le persone manifestano la rabbia e l’odio, per questo motivo Liliana Segre ha proposto in Senato una commissione contro la violenza, l’istigazione all’odio, il razzismo, l’antisemitismo e l’intolleranza presenti nel web. Fortunatamente l’idea è stata approvata, con 151 voti a favore e 98 che si sono astenuti.

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Il pezzo dell’intervista che mi ha colpito di più è quando Liliana testimonia ciò che i nazisti dicevano ai deportati, ovvero: “tutti voi morirete, ma se qualcuno dovesse sopravvivere e testimoniare ciò che ha visto nessuno gli crederà”, questo perché oltre ad essere una frase cruda, mi sorprende perché avevano ragione, una volta finita la guerra e lo sterminio ebraico, tutti volevano solo dimenticare ciò che era successo. Nessuno voleva ascoltare queste storie “tristi”e ciò fece tacere molte ragazzine come Liliana, che ancora piccole non capivano quanto fosse importante il loro ruolo da testimone. Solo dopo quarantacinque anni Liliana Segre inizia a testimoniare nelle scuole e rilasciare interviste, e poi dal 19 gennaio del 2018, quando Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica italiana, la nomina senatrice a vita, il compito di Liliana non si limita più solo a testimoniare nelle scuole, ma anche al Senato, per far conoscere le voci di chi ha subito le leggi razziali e la deportazione nei campi di concentramento a tutta Italia.

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Coraggio

Dopo la giornata a Gragnano, in cui ho scoperto chi è Liliana Segre  e perché è così importante, a scuola è intervenuto  il signore Giuseppe Borello, esperto della Shoah, che ha raccontato alcuni episodi avvenuti nei ghetti, non sempre presenti nei libri di storia. Ha percorso con noi alcuni momenti dell’infanzia di Liliana a partire dall’espulsione dalla scuola attraverso alcune letture tratte dal libro “ La memoria rende liberi” di Enrico Mentana e Liliana Segre.

“Il 5 settembre 1938 ho smesso di essere una bambina come le altre”, è così che l’incubo inizia prima ancora di entrare nel campo di concentramento. A scuola Liliana non aveva mai sentito la parola “ebreo” e ora non capiva perché era stata espulsa per la sola causa di essere ebrea.

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Nonostante la promulgazione delle leggi razziali del 1938, Liliana continuò a vivere a Milano fino a quando le leggi diventarono più severe. Nell’ottobre del 1942, Liliana fu costretta a lasciare la città , dove intanto le prime bombe iniziavano a colpire Milano, e andare in una villetta comprata dal padre a Inverigo, insieme alla famiglia. Qui Liliana continua i suoi studi e si prepara per dare gli esami di fine anno come privatista, nel tempo in cui non studiava, ascoltava dalla radio dei vicini l’andamento del conflitto. Passa un altro anno, quando arriva l’estate del 1943 e Liliana deve fare gli esami, così il padre decide di portarla all’Istituto delle Marcelline, inizialmente Liliana pensava di restare solo per gli esami, ma poi il padre la convinse a restare, nonostante lei non fosse pienamente d’accordo.

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Il 1943 fu l’anno in cui perse la poca libertà che le era rimasta a lei e alla sua famiglia; il 10 dicembre, infatti, lei e il padre,  insieme ai cugini tentarono di fuggire a Lugano, in Svizzera, ma purtroppo il tentativo di scappare non si concluse nel migliore dei modi. Le guardie del paese li scoprirono e lei e il padre con i cugini vennero arrestati e successivamente mandati a Como e infine a Milano, dove rimase per quaranta giorni. Il 30 gennaio del 1944 Liliana viene mandata verso un posto fuori dall’immaginazione, un viaggio che dura sette giorni, che sottopone tutti a condizioni disumane, Auschwitz. Quando arriva, la Segre dichiara di ricordarsi molta confusione, ma soprattutto inizia a realizzare cosa li aspettava, che quella era la tragica realtà con la quale avrebbero dovuto convivere per tutto il tempo che sarebbero rimasti lì.

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Ormai le persone non venivano più considerate tali, per i tedeschi erano solo “pezzi”, come dicevano loro degli Stück. Nei campi di concentramento ai prigionieri venivano fatti fare lavori per distruggere la loro dignità fino al momento in cui venivano mandati nelle docce, ovvero le camere a gas, dove i nazisti poi li uccidevano. Nel campo Liliana viene costretta al lavoro forzato in una fabbrica di munizioni per circa un anno e mezzo, fino a inizio 1945, quando i tedeschi iniziano la marcia della morte, in cui i prigionieri erano obbligati a camminare per chilometri, spesso senza cibo. Chiunque si accasciava per terra, o si appoggiava a un suo compagno rischiava la morte.

Il primo maggio Liliana viene finalmente liberata, ritorna a Milano dagli zii e i nonni materni, unici superstiti della sua famiglia. Da quell’esperienza inizierà a chiudersi in sé stessa e non parlerà mai di ciò che ha vissuto fino all’età di sessanta anni, quando inizierà il ruolo di testimone

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Libertà

 

“ Mi ero sempre nutrita di odio e di vendetta, avevo sempre sognato di vendicarmi, e quando ne ebbi l’occasione vedendo questo comandante buttare l’arma a terra pensai: “io adesso lo uccido”; questo è quello che racconta Liliana Segre in svariate interviste. Quando gli americani e i russi arrivarono, le truppe tedesche iniziarono a spogliarsi, abbandonare le loro armi e scappare. In uno di questi momenti, però, Liliana si trovò davanti una pistola lasciata da un soldato tedesco, e proprio in quel momento valutò che poteva ucciderlo, pensando così di poter risolvere ciò che aveva fatto e che avrebbe vissuto come una persona libera, ma proprio non uccidendolo ha capito di essere una ragazza libera.

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Al suo posto anche io sarei stata molto arrabbiata e avrei voluto vendicarmi, perché è disumano togliere la possibilità di vivere a milioni di Ebrei e tutti coloro che erano relegati nei lager e farli morire, oltre tutto senza che nessuno abbia più loro notizie. Io non so come avrei reagito in quel momento.
Dopo un anno relegata in un campo, senza mai capire perché sei lì, io non sarei più stata capace di pensare cosa è giusto e cosa sbagliato, non credo che sarei neanche riuscita a sopravvivere per un mese all’interno di un campo di concentramento.
Rivivere la storia dei campi di concentramento, secondo me, è qualcosa che ti cambia anche se non l’hai vissuta in prima persona, ti riempie di tristezza ogni volta che ci pensi, ti rendi conto della crudeltà 
delle azioni commesse dai nazisti.

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Tristezza

 

In occasione del giorno della memoria, io e la mia classe abbiamo partecipato ad un “spettacolo” musicale, durante il quale Matteo Corradini, scrittore italiano ebraista, ci ha reso partecipi della sua prima visita al ghetto di Terezin mostrandoci e commentando diverse testimonianze, tra cui racconti e poesie, che avevano come protagonisti gli Ebrei del ghetto, ed il tutto era accompagnato dalla musica che all’epoca risuonava nelle vie di Terezin. La piccola orchestra, che ha aiutato Corradini a rendere coinvolgente il suo intervento, era composta da quattro giovani musicisti che solo con due violini, una viola e un violoncello, tra l’altro strumenti dell’epoca prodotti e utilizzati a Terezin, ci hanno particolarmente emozionato.

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Inizialmente i nazisti non erano concordi nel permettere agli Ebrei di portare nel ghetto strumenti musicali, ma in un secondo momento si resero conto che la musica poteva servire per dimostrare alle persone che nei ghetti gli Ebrei non venivano trattati male, ma andava tutto bene. La musica che abbiamo ascoltato, è la stessa musica che accompagnava le giornate degli Ebrei, e che esprimeva  tutta la tristezza di quei momenti, in cui queste persone si sentivano  abbandonate a sé stesse
Quando mi sono trovata ad ascoltare quella musica, fisicamente ero lì, ma con la mente mi trovavo proprio nel ghetto. Ho rivissuto e ho provato con loro  la paura, il terrore, l’angoscia di poter perdere e non rivedere più le persone a loro care, la fame e la sete;

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sicuramente si ponevano domande riguardo cosa stesse accadendo e perché proprio a loro, cosa avevano fatto di male. Il passaggio dalle note basse, ed improvvisamente alle note alte, ci hanno trasmesso la disperazione degli Ebrei che suonavano e ascoltavano queste esibizioni. Io penso sempre che la musica, in ogni situazione, riesca ad unirci, riesca ad aiutarti nei momenti difficili, spesso la musica è l’unica che riesce a consolarmi  e quindi mi “rifugio” ore e ore ad ascoltarla. Io spero che lo stesso sia stato per  loro, spero abbiano trovato, come a me piace definire, un posto dove sentirsi al sicuro. Nessuno dovrebbe essere soggetto a questo tipo di situazione, indifferentemente dallo sbaglio commesso e soprattutto se non è stato commesso nessuno sbaglio.

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Auschwitz

 

“Nei campi di sterminio rimasi sola, e non rividi più mio padre. Chi è stato ad Auschwitz ha sentito per anni l’odore di carne bruciata: non te lo togli più di dosso. E poi rimane quel numero.”
Liliana Segre 

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